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Cosa succede quando un governo decide quali storie possono essere lette e quali devono sparire? Leggere Lolita a Teheran, attraverso la storia dell’autrice e delle sue studentesse, ci dà la risposta.
Leggere Lolita a Teheran è un memoir scritto nel 2003 da Azar Nafisi, una professoressa di Letteratura inglese all’Università di Teheran che, per sfuggire alle restrizioni soffocanti del regime, organizza un seminario clandestino con le sue alunne più fidate per parlare dei testi della letteratura classica e moderna. Durante questi incontri, le studentesse leggono e commentano romanzi proibiti o malvisti dal regime, come Lolita di NaboKov. Le opere diventano il punto di partenza per riflessioni sulla loro condizione sotto il regime e sulla mancanza di libertà nella società iraniana. Proprio durante questi incontri clandestini emerge un tema centrale del libro: la censura. Per Nafisi, il controllo sui libri non è solo una limitazione culturale, ma un vero e proprio strumento di potere usato dal regime per influenzare il modo di pensare delle persone. Questo suo pensiero è perfettamente riassunto e spiegato in una frase dei primi capitoli del libro: «Con i mullah al potere, dovevamo osservare il mondo attraverso le lenti opache di un censore cieco […] Vivevamo in una cultura che negava qualsiasi valore alle opere letterarie, a meno che non servissero a sostenere qualcosa che sembrava più importante: l’ideologia».
Un avvenimento che fece capire ad Azar la gravità della situazione, che fino ad allora aveva sottovalutato, fu quando un giorno tornando a casa dall’università vide la maggior parte delle librerie chiuse per ordine del regime e in quelle poche che erano aperte non riuscì a trovare testi che il giorno prima aveva deciso di comprare, come quelli di Fitzgerald o Hemingway. Il governo non si era limitato soltanto a ciò, aveva fatto chiudere uno dei più diffusi quotidiani progressisti, L’ «Ayandegan», scelta che provocò l’insorgere del popolo che organizzò diverse manifestazioni tutte represse nel sangue. Allo stesso modo successe per i film o i cartoni animati: venne istituita una commissione con il compito di giudicare quali cartoni animati fossero appropriati. Ad esempio, la versione animata del Giro del mondo in ottanta giorni fu bandita in quanto terminava a Londra «roccaforte dell’imperialismo» per usare le parole dell’autrice.
Ma facciamo un passo indietro. Il comportamento del governo islamico descritto da Azar non è una novità. Da sempre infatti, i governi totalitari hanno voluto avere il controllo totale sulle opere letterarie, considerate un mezzo potentissimo di diffusione di idee pericolose. Uno degli episodi più simbolici fu il rogo dei libri avvenuto il 10 maggio 1933 durante il regime nazista, quando studenti universitari filo-nazisti bruciarono migliaia di libri, in particolare nella piazza di Berlino.
Tra la censura attuata dal nazismo e quella di cui ci parla Azar Nafisi possiamo riscontrare delle differenze legate al contesto, ma le motivazioni di fondo sono simili: venivano proibile quelle opere considerate di ideologia contraria o immorali.
Anche se può apparire impensabile anche oggi nel mondo troviamo esempi di censura. Pensiamo alla Russia, che ha bloccato e continua a bloccare tutti i giornalisti che riferiscono informazioni riguardo alla guerra contro l’Ucraina. Ultimamente, questa situazione si sta riproponendo in America. Negli Stati Uniti, soprattutto in alcuni Stati conservatori, molti libri sono stati rimossi da biblioteche perché affrontano temi legati al razzismo, all’identità di genere o alla sessualità. Anche noi, proprio come Azar e le sue studentesse, non dobbiamo permettere che ciò accada, combattendo per la nostra libertà e per la libertà di espressione. La Letteratura deve essere uno spazio libero e non uno strumento nelle mani del potere. La libertà di ognuno di noi può cominciare da una pagina aperta!