Perché le donne sono le uniche a essere soggette alla retorica del merito? Perché le donne devono essere eccellenti laddove agli uomini basta essere uomini? Perché le donne ai vertici della politica non accettano di usufruire delle quote rosa?
A ottant’anni dalla conquista del diritto di voto è bene affrontare queste questioni, non ignorarle e cercare una risposta. Annalisa Cuzzocrea, giornalista politica, Agnese Pini, direttrice del Quotidiano Nazionale, e l’avvocata Cathy La Torre hanno tentato di rispondere nella conferenza tenutasi il 15 maggio al Salone del Libro di Torino, intervistate da Gianna Fregonara.
Più della metà di coloro che votarono il 2 giugno 1946 per il nuovo ordinamento statale era composta da donne, nonostante la diffidenza dei principali partiti sulla loro capacità di votare. Cuzzocrea riporta, ad esempio, come il PCI temesse che le nuove votanti seguissero le indicazioni dei loro parroci, e come, allo stesso tempo, la DC fosse convinta che le mogli seguissero i mariti comunisti alle urne.
La giornalista ha continuato poi dicendo che il periodo di trionfi femministi, inaugurato dal suffragio universale, ha iniziato a esaurirsi negli ultimi vent’anni, comportando una diminuzione dell’affluenza del cosiddetto “sesso debole” ai seggi. Questo è avvenuto per un mancato conseguimento della parità dei generi nei fatti, oltre che nella Carta Costituente, che disattese molte aspettative. Un’inversione di questa tendenza si è registrata lo scorso marzo in occasione del referendum sulla separazione delle carriere, un risultato che sembra auspicare un ritrovato impegno politico.
E’ seguito l’intervento di La Torre, in cui è stato messa in luce la necessità che i luoghi di rappresentanza effettivamente corrispondano alla volontà dei cittadini, e che non siano parcellizzati in categorie preimpostate. D’altronde l’idea di uguaglianza nei centri di potere è sempre stata veicolata dall’uomo bianco, etero, che non riesce a rivolgere lo sguardo alle esigenze delle donne non perché in malafede, ma semplicemente perché non può comprenderle fino in fondo. Una proposta avanzata dall’avvocata è che più donne esercitino il proprio diritto di voto per votare candidate donne, in un reciproco sostegno che coinvolga tutti.
Un’ulteriore prospettiva della “questione femminile” è quella esposta da Pini, la quale sottolinea come la storia delle donne non sia che un controcampo piatto e opaco di quella dell’uomo, che è al contrario un crescendo di imprese e vittorie: le donne, prima della conquista del voto, erano cittadine solo secondo i registri anagrafici, in quanto confinate nel privato ed escluse dalla vita politica e civile. Le donne che riescono a raggiungere i vertici del potere, aggiunge la direttrice, vengono costantemente accusate di non essere adatte a sopportare le responsabilità che le loro cariche richiedono e, quindi, di esserne spaventate. Tuttavia è naturale provare paura, perché ci si trova in un ambiente progettato dagli uomini per gli uomini, regolato da norme fissate nei millenni nei quali le donne “non esistevano”. Di fronte a questo sentimento, il primo istinto è quello di cercare la protezione della parte maschile, appiattendosi.
L’altra grande imputazione rivolta alle lavoratrici è quella di non collaborare: “le donne non fanno squadra perché non ci si spartisce l’oppressione, ma il potere. Gli schiavi non dividono, sono gelosi anche delle briciole”.
E’ necessario combattere perché si esca da questo retaggio patriarcale e chi esce vincitore da questa lotta, raggiungendo finalmente una posizione di spicco, deve rendere possibili gli stessi risultati alle generazioni successive in modo più agevole, ad esempio tramite l’impiego coerente delle quote rosa. L’unico spazio nel quale questo scontro può esistere e consumarsi è la democrazia, alla quale le donne sono debitrici, ma anche, e soprattutto, creditrici.