Per Luisa Merloni il percorso non è mai stato lineare, anzi, è stato quasi fortuito, infatti il primo passo verso quella che allora sembrava una gran sfortuna è stato un rifiuto: non essere ammessa all’Accademia Silvio d’Amico. Voleva diventare attrice, ma quell’esclusione ha rappresentato un punto di svolta: da lì Parigi, una lingua conosciuta appena e l’impressione di trovarsi sempre un po’ fuori posto; eppure proprio in seguito a quel rifiuto ha trovato la sua strada ed è diventata la Luisa Merloni che tutti conosciamo. Gli standard estetici, comportamentali, professionali richiesti alle donne sono qualcosa che oggi influenza chiunque voglia intraprendere la carriera da attrice: tali standard vengono interiorizzati e vissuti con una notevole pressione.
Per quanto riguarda invece la sua carriera e il suo pensiero non c’è stata una decisione programmata o radicale, quanto piuttosto, guardando indietro alla propria vita e soprattutto a ciò che stava iniziando a scrivere, la realizzazione che da quelle storie emergeva inevitabilmente la prospettiva femminista.
Di particolare rilevanza secondo Merloni è inoltre la distinzione necessaria tra femminile e femminista: il femminile, dice, è quasi un’idea fissa, qualcosa che tutti, più o meno, portiamo dentro. Il femminismo invece implica un movimento storico, una trasformazione, un conflitto.
La conferenza prosegue rivolgendo l’attenzione sul fatto che nella comicità ogni battuta colpisce qualcuno, e la domanda da farsi è sempre la stessa: dove va a cadere? Chi prende di mira?
Il discorso subisce un’ulteriore svolta interessante trattando della Roma degli anni ‘2000: Merloni parla di un fermento difficilmente ripetibile. Essersi formata in quel contesto le ha permesso di fare scelte azzardate, probabilmente irripetibili oggi.
Merloni veniva da una famiglia lontana dall’arte, abituata a percorsi accademici e professioni tradizionali. Convincere chi aveva intorno che una strada diversa fosse possibile allora richiedeva meno giustificazioni di quante ne richiederebbe oggi. C’era più leggerezza, o forse semplicemente più fiducia nell’idea che ci si potesse inventare una vita.
Eppure il rapporto con il lavoro è rimasto conflittuale in un’epoca che pretende produttività continua e identifica il lavoro con il centro dell’identità. Merloni racconta di aver remato contro questa idea, difendendo il proprio ozio anche a costo di essere percepita come “pigra”. Una scelta che, più che una rinuncia, appare come una forma di resistenza: sottrarre tempo alla prestazione per salvare uno spazio personale, improduttivo, libero.