Laboratorio, Leggere Lolita a Teheran 2026, Un libro tante scuole

Quello che non ti lasciano leggere


Riccardo Morini

Liceo M. Gioia - Piacenza

Nome Scuola

Liceo M. Gioia

Città Scuola

Piacenza

C’è un’immagine nel libro di Azar Nafisi che colpisce per la sua semplicità quasi paradossale: sette studentesse universitarie iraniane che fotocopiano di nascosto trecento pagine di un romanzo, perché nelle librerie di Teheran quel libro non esiste più. Il romanzo è Lolita di Nabokov. La ragione della sua sparizione è lineare, brutale: il regime ha stabilito che non dovevano leggerlo. Non che fosse pericoloso in sé, ma che potesse diventarlo nelle mani sbagliate. O forse, in qualsiasi mano.

Questa immagine mi ha spinto a chiedermi cosa possa rendere un libro minaccioso e quale possa essere la natura di questa paura nei confronti della letteratura. La risposta che Nafisi costruisce nel corso dell’intero libro è, a mio avviso, illuminante: i grandi romanzi insegnano a guardare gli altri esseri umani come individui. Ognuno con una storia irriducibile, una vita interiore che non appartiene a nessuno all’infuori di sé. La capacità di vedere l’altro nella sua singolarità è esattamente ciò che un sistema di potere autoritario non può permettersi di diffondere, perché chi impara a riconoscere la complessità degli altri finisce inevitabilmente per riconoscere anche la propria. E chi si vede davvero, con lucidità, diventa molto più difficile da ridurre a suddito, a categoria, a massa anonima da governare.

Le studentesse di Nafisi lo comprendevano, forse ancora prima di saperlo articolare. Ogni giovedì mattina salivano le scale del suo appartamento, si toglievano il velo e la veste prescritta dalla legge, aprivano i libri e, per qualche ora, cessavano di essere quella figura uniforme e intercambiabile che il regime chiamava «donna musulmana». Tornavano a essere Manna, Yassi, Nassrin, Sanaz, Mitra, Azin, Mahshid, ognuna diversa dall’altra per carattere, per sogni, per contraddizioni. Era la letteratura a restituire loro questa differenza. Era la letteratura a dire, sottovoce ma con fermezza: tu esisti come individuo e nessuno può confiscarti questa esistenza. Non a caso Nafisi scrive che il loro seminario non era un lusso, ma una necessità; non un rifugio dall’estetica, ma un atto di resistenza quotidiana.

Ciò che rende questo libro attuale è però un’altra domanda: fino a che punto la letteratura riesce davvero a resistere? Le studentesse leggevano Nabokov e Austen in un appartamento privato, costruendo un mondo parallelo sottratto al controllo del regime. Ma quel mondo restava fragile, sempre sul punto di essere violato. La letteratura da sola non poteva cambiare la realtà esterna. Eppure, qualcosa cambiava: cambiava le persone che la leggevano. Le rendeva capaci di nominare ciò che provavano, di riconoscere la propria condizione, di rifiutare l’identità che altri volevano imporre loro. In questo senso, leggere non era una fuga dalla realtà, ma un modo per prepararsi ad affrontarla con maggiore consapevolezza.

Sarebbe però comodo relegare tutto questo a una vicenda storica circoscritta. La censura sui libri non si è esaurita con il Novecento: si è trasformata, ha assunto forme più sottili e per questo più difficili da riconoscere. Negli Stati Uniti, negli ultimi anni, centinaia di romanzi sono stati rimossi dalle biblioteche scolastiche con motivazioni varie: libri che parlano di razzismo, di ideali politici, di esperienze umane diverse dalla norma. In Cina interi autori vengono sistematicamente cancellati dalla rete e dall’editoria. Anche in contesti apparentemente più liberi, certi testi vengono esclusi dai programmi scolastici in silenzio, senza proclami ufficiali o per convenienza. La censura più efficace non è quella che brucia i libri, ma quella che fa sì che nessuno si accorga della loro assenza.

Leggere questo libro mi ha costretto a fare i conti con qualcosa di scomodo, perché spesso diamo per scontata la libertà di leggere ciò che vogliamo. È una libertà che si esercita ogni giorno senza quasi rendersene conto, senza attribuirle il peso che merita. Nafisi e le sue studentesse fotocopiavano pagine di libri di nascosto, rischiando molto, per conquistare quello stesso diritto. Forse il modo più onesto di onorare quella storia è smettere di trattare la lettura come un gesto neutro e privato. Sarebbe opportuno riconoscerla come un’esperienza che plasma i pensieri, apre la mente e diventa un atto di resistenza. Leggere liberamente un libro non è mai stato ovvio e non dovremmo dimenticarlo.

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