Cronache, Domenica 17 maggio 2026, Salone del Libro 2026

I classici come seconda casa: il viaggio di Crescen­tini nel Conte di Montecristo


Elettra Favarato, Niccolò Ferrigno

Liceo Alfieri - Torino

Ci sono libri che arrivano nel momento giusto, non perché offrano soluzioni immediate, ma perché insegnano a cambiare punto di vista per vedere il futuro in modo nuovo: è questo il cuore del racconto “La vendetta è un ballo in maschera” (Einaudi) di Francesca Crescen­tini quando parla del suo incontro con Il conte di Montecristo, un classico che, pagina dopo pagina, è diventato uno strumento per attraversare un periodo buio.

Crescentini racconta che non esistono “libri prescritti”, testi obbligatori capaci di guarire automaticamente qualcosa, eppure, leggere spesso significa proprio questo: cercare un futuro. Quando la realtà sembra immobile o incomprensibile, il lettore si affida alla storia per vedere cosa succederà dopo. In questo senso Edmond Dantès, protagonista del romanzo di Alexandre Dumas, compie un percorso esemplare: impiega quasi mille pagine per capire che forma avrà il proprio destino.

È forse questa la forza dei classici: non danno risposte precise, ma offrono strumenti; sono libri “accoglienti”, capaci di contenere le inquietudini di chi legge senza pretendere di risolverle immediatamente.

Per Crescentini il confronto con Dantès nasce da una grande ingiustizia personale. La scrittrice arriva alla lettura del Conte di Montecristo dopo un passato segnato da esperienze simili a quelle raccontate nel romanzo: tradimento, dolore, desiderio di vendetta. Decide quindi di affidarsi al personaggio di Dumas, quasi interrogandolo. 

La scoperta più importante, arrivata lentamente, come una rivelazione inattesa, a cui giunge Francesca Crescentini è proprio il fatto che nei libri non si trova mai esattamente ciò che si stava cercando. 

Nel suo libro, che ruota proprio intorno al tema della vendetta, emerge con chiarezza un’altra intuizione: la vendetta non ripaga davvero, poiché non è altro che un’illusione di giustizia che non restituisce il tempo perduto né cancella il dolore; la scrittura, invece, può trasformarsi in uno spazio diverso: un luogo di ricostruzione.

Questo percorso l’ha portata anche nei luoghi di Dumas: Crescentini è andata a Parigi per seguire le tracce dell’autore e dell’immaginario del romanzo, ma il viaggio ha toccato soprattutto l’Isola d’Elba e l’Isola di Montecristo, simboli inseparabili dell’avventura di Edmond Dantès. Montecristo, racconta, è visitabile soltanto con una guida: “Non ci si può muovere liberamente come Dantès”, alla ricerca del tesoro.

Eppure, sottolinea l’autrice, per leggere il suo libro non è necessario conoscere il Conte di Montecristo, perché il punto non è il riferimento letterario in sé, ma ciò che la letteratura permette di fare: attraversare il dolore, immaginare un futuro, ricostruirsi lentamente.

Forse è proprio questo che continuano a insegnarci i classici: non salvano nessuno, ma fanno compagnia mentre si cerca una strada.

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