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«Una mattina ti svegli e scopri che, per via di forze che agiscono al di fuori del tuo controllo, la tua vita non sarà mai più la stessa»
Grazie al progetto Un libro, tante scuole proposto dal Salone del Libro di Torino, migliaia di studenti hanno avuto un’occasione per leggere il capolavoro di Azar Nafisi: Leggere Lolita a Teheran. Non si tratta semplicemente di un memoir, bensì di una realtà messa a parole, che colpisce chi legge senza mezzi termini (specialmente i più indifferenti e chi sceglie di non guardare) mostrando il clima di oppressione, alienazione e paura che ha caratterizzato la Teheran post-rivoluzionaria. «Indifferenza», «libertà», «resilienza», «privato e pubblico», «potere dell’immaginazione» sono tutti temi centrali del libro e fulcri di riflessioni profonde ed enormemente attuali.
Nafisi mostra come attraverso la letteratura si possa intravedere un altro mondo, non perfetto e utopico rispetto alla realtà ma con altrettanti problemi e difficoltà; mostra un briciolo di speranza presente in essa e come un seminario segreto – un atto condiviso di rifiuto del regime – possa preservare il senso critico e la propria integrità morale.
«Anche quando le divergenze politiche e caratteriali tendevano ad allontanarci, la magia dei testi ci univa»
In sole 400 pagine è riuscita a racchiudere e a trasmettere ai lettori i sentimenti e le emozioni provate a seguito della rivoluzione islamica e durante la guerra, nell’Iran di Khomeini e di Khamenei, riflettendo sulla percezione del regime di ieri e offrendo a noi la possibilità di riflettere su quello di oggi; una riflessione attuale che forse non è poi così distante dalla percezione passata. D’altronde, se non sapessimo che è ambientato nell’Iran post-rivoluzionario, le sensazioni di queste ragazze potrebbero essere le stesse di una giovane iraniana di oggi.
La lotta per l’identità femminile è centrale nel libro e appare difficoltosa. Sette ragazze e la professoressa Nafisi così come migliaia di altre donne combattono ogni giorno, obbligate a sopportare gli abusi continui e le violenze da parte di polizia morale, famigliari, compagni e professori di università e dal regime teocratico. Ognuna nella propria individualità lotta ogni giorno per sopravvivere come donna in un paese in cui gli uomini sono legittimati a considerare le donne oggetti di possessione inferiori a loro, a imporre loro come vestirsi, comportarsi e ad insinuarsi nella loro vita privata per dissipare in ogni modo la capacità di sognare e di immaginare.
«Invadevano tutti i nostri spazi privati e tentavano di influenzare ogni nostro gesto, di costringerci a diventare come loro; e quella era, già di per sé, una forma di condanna a morte»
«Il peggior crimine di un regime totalitario è costringere i cittadini, incluse le vittime, a diventare suoi complici. Farti ballare con il tuo carceriere, così come farti partecipare alla tua esecuzione, è un atto di estrema brutalità. Le mie studentesse lo vedevano succedere nei processi in televisione e lo sperimentavano in prima persona ogni volta che uscivano in strada vestite come altri dicevano loro di vestire. Non facevano parte della folla che assisteva alle esecuzioni, ma non avevano nemmeno la possibilità di protestare. l’unico modo per spezzare il cerchio e smettere di ballare con il carceriere è tentare di conservare la propria individualità, ciò che sfugge ad ogni possibile descrizione eppure distingue ciascun essere umano dai suoi simili.»
«Indifferenza» è un termine con una connotazione negativa, una «colpa» di cui vogliamo a tutti costi liberarci ma che in realtà ha un’importanza e un ruolo che incidono enormemente sulla realtà attorno a noi e sulla possibilità di poter cambiare le cose piuttosto che sulla percezione che gli altri hanno di noi.
Azar Nafisi ci spinge quindi ad aprire gli occhi, mostrando come leggere sia un atto di resistenza. Resistenza contro il regime, contro le menti chiuse, contro la politica dell’odio e violenza, contro il rifiuto della cultura, contro l’indifferenza, contro chi incoraggia la perdita di spirito critico, contro chi reprime libertà e amore in tutte le loro sfaccettature, contro gli abusi, la perdita della propria integrità morale e contro la sottomissione e la svalutazione femminile.
I grandi classici della letteratura di Nabokov, Austen, James e Fitzgerald sono letti e considerati da un altro punto di vista, in segreto, in un seminario tenuto ogni giovedì e accompagnati da tè e biscotti; una situazione facilmente immaginabile nella nostra realtà ma che nell’Iran del tempo è stata trasformata in un gesto di resistenza e di rifiuto di quelle che non furono solo leggi restrittive ma una vera e propria legalizzazione dell’abolizione dell’identità individuale, della libertà di pensiero e della continua oppressione, specialmente quella femminile.
Si tratta perciò di un invito a non restare indifferenti, a prendere posizione e a ribellarsi, perché la libertà di pensiero è un diritto inalienabile e inviolabile di ogni essere umano e nessuno, indipendentemente dalla carica politica o posizione economica ha, né dovrebbe avere, il diritto di espropriare alcun essere umano dei propri diritti e libertà fondamentali.
Le pagine fanno riflettere sul fatto che dopo 5.500 anni di «uomo civilizzato» e dopo tanti insegnamenti sulla storia e sui suoi errori che non dovrebbero ripetersi mai, ancora oggi molti, i «grandi urlatori» della legge del più forte, sembrano essersi chiusi nella propria bolla, costituita da egoismo, desiderio di ricchezza, odio, violenza e brutalità e sembrano aver dimenticato ed eliminato completamente anche l’ultimo briciolo di umanità rimasto.
È molto più di un libro, è una denuncia, una necessità e un invito urgente ad informarsi più che si può senza porsi limiti di alcun tipo, a non essere mai soddisfatti e a leggere, leggere e leggere il più possibile, a non restare mai indifferenti di fronte alle ingiustizie, a viaggiare con la mente dove i confini fisici ci bloccano, a confrontarsi e ad acquisire una capacità di introspezione tale per cui sia possibile capire i propri sbagli, accettarli, provare a migliorare e infine andare avanti. Un invito a non piegarsi né fraternizzare e farsi corrompere mai, neanche per un secondo, dalle idee del potere, del denaro e dell’infinito profitto (il tutto a scapito di altri).
Un invito a non arrendersi, a lottare per i propri diritti sempre e in qualunque maniera possibile, a capire che «l’unione fa la forza» non è solo un detto ma la mera verità e che ogni gesto può fare la differenza se si smette di essere complici del silenzio.