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Spesso pensiamo alla letteratura come un semplice svago, ma ci sono contesti in cui leggere diventa un atto di vera e propria resistenza. Questo libro mostra come la letteratura possa spaventare un regime, mostrando un mondo dove le pagine scritte sono l’unica via di fuga dalla realtà. Una via tortuosa che svela poco alla volta il suo senso: il libro Leggere Lolita a Teheran è infatti molto complesso nell’intreccio ed è diviso in quattro sezioni (Lolita, Gatsby, James e Austen) che prendono il nome dai classici studiati da Azar Nafisi insieme a sette delle sue studentesse più brillanti, riunite segretamente a casa sua ogni giovedì tra il 1995 e il 1997, e propone continuamente flashback e riflessioni dell’autrice. Anche il tema centrale del libro è più impegnativo delle nostre solite letture, perché tratta il contrasto tra la funzione liberatoria della letteratura e la realtà politica sotto la Repubblica Islamica d’Iran, che tenta di modellare ogni aspetto della vita privata. Perciò per capire bene di che cosa si parlasse, è stato necessario fare uno sforzo di empatia e immaginare cosa significhi vivere in un mondo dove anche leggere un romanzo può essere considerato un atto di tradimento contro lo Stato.
Tuttavia alcune cose mi hanno particolarmente colpita perché lasciavano degli spiragli. Per esempio, una frase del libro che mi ha fatto riflettere è stata: «In quella stanza, per quelle poche ore, eravamo libere di essere noi stesse, di ridere, di piangere e di leggere. Abbiamo capito che la felicità non è solo ciò che ci viene imposto, ma ciò che riusciamo a immaginare». Questa frase a mio parere sottolinea il potere dell’immaginazione come forma di libertà politica e suggerisce che la cultura non è un lusso, ma una necessità vitale quando la libertà fisica viene negata. La letteratura diventa infatti l’unico spazio in cui le protagoniste possono essere «individui» e non solo simboli di un controllo sulla società.
Questo bisogno di difendere la propria individualità emerge chiaramente quando la letteratura finisce sotto accusa, costringendo i personaggi a lottare per le proprie idee.
Per questo l’episodio che mi ha colpito maggiormente è stato il «Processo» a Gatsby, che è un momento fondamentale del romanzo. Durante le lezioni all’università, viene organizzato un vero e proprio processo a Il Grande Gatsby di Fitzgerald. L’episodio inizia con uno studente radicale che accusa quel libro di essere immorale e decadente, un simbolo del «veleno occidentale». L’episodio mostra quindi come i regimi totalitari temano l’ambiguità: per i censori come lo studente radicale Gatsby è «colpevole» perché non si propone come manuale di istruzioni morali, mentre per Azar e le sue ragazze Gatsby è la prova che i sogni possono essere nobili anche se destinati al fallimento.
Ma oltre allo scontro ideologico, quello che mi ha toccata nel profondo sono state le conseguenze di questa oppressione sulla vita quotidiana di chi frequentava quel salotto.
Le storie personali delle studentesse e dell’insegnante sono molto turbolente e molto diverse l’una dall’altra, ma sono accomunate dall’amore per la letteratura. Quelle che mi hanno colpito di più sono quelle di Yassi che è la più giovane e porta una ventata di freschezza nel gruppo. Proviene da una famiglia tradizionalista, ma è dotata di un’intelligenza fantastica. Yassi usa l’umorismo come «scudo», è quella che riesce meglio ridere delle assurde regole del regime, come per esempio le guardie che controllano un colore dei calzini. Lei rappresenta la speranza delle giovani generazioni e la capacità della giovinezza di non farsi corrompere dal grigiore politico. La sua storia è significativa, perché si vede la mentalità diversa di Yassi rispetto a quella delle altre, si vede che è una ragazza giovane che vorrebbe godersi la vita come le ragazze occidentali e sembra quella più coinvolta nell’analisi dei testi proposti dalla professoressa, interessandosi soprattutto a come vivono le altre ragazze della sua età in altri paesi.
L’altra storia che mi ha colpito è quella di Sanaz: lei è la ragazza più bella del gruppo che fuori casa deve nascondere la sua bellezza sotto strati di vestiti lunghi e neri per evitare di essere molestata per strada. La sua storia è significativa perché vive una sorta di scissione di identità. In classe è timida e sottomessa mentre a casa di Azar è vivace, sicura di sé. Il suo personaggio illustra perfettamente come il regime costringa le donne a recitare una vita «sotto copertura».
In conclusione questo libro mi ha fatto capire che la letteratura non è solo un passatempo, ma in questo contesto uno spazio di sopravvivenza. Mi ha colpito come queste donne dovessero sdoppiarsi per proteggere la propria identità, e mi ha lasciato una nuova consapevolezza: la libertà non è mai scontata e va difesa in tutti modi a noi possibili anche attraverso i libri che decidiamo di leggere e le storie in cui decidiamo di credere.