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«Mentre fuori il mondo diventava sempre più grigio e repressivo, dentro quella stanza i libri ci restituivano i colori, le emozioni e la libertà che ci venivano negate in strada.»
Nel memoir Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi la Letteratura è un filo conduttore che lega i volti femminili di una nazione piegata dal totalitarismo. In un contesto dove ogni aspetto della vita è regolato dal dogma, la Letteratura diventa atto politico di sovversione, una ribellione in sordina ma non per questo meno potente. Leggere non è mai una scelta neutra, dietro ogni pagina ingiallita vi è un pensiero che nasce e fa paura perché nuovo. «Per un uomo che ha una sola verità in tasca, ogni altra verità è una bugia o un crimine»: così Nafisi descrive l’uomo del regime, incapace di varcare i limiti del dogma a cui è ancorato. La Letteratura sfronda questi limiti e al contempo diventa barriera che protegge dalla censura del governo, almeno così era per le studentesse di Azar. In uno Stato che si impone di spazzare via l’identità individuale, leggere diventa strumento per «re-esistere», fuggire con la mente restando con i piedi per terra, entrando nell’invalicabile spazio dell’immaginazione. La letteratura fa paura al totalitarismo perché induce alla curiosità, così la domanda diventa insubordinazione, poi pensiero critico indipendente. Il potere dei libri sta nell’essere, in ogni singola frase che li compone, fonte inesauribile di libertà. I libri suscitano paura a chi detiene il potere assoluto perché se c’è qualcosa da leggere, ci sarà qualcosa su cui avere un’opinione ed è qui che entra in gioco la censura, velo di cecità per i sostenitori del regime. La censura non è però l’unica arma del totalitarismo: se da un lato vi è la necessità di cancellare la diversità dei pensieri, dall’altro vi è il bisogno di imporre una visione unica e incontestabile, narrata da un punto di vista assoggettato e assoggettante. In questo modo la voce fioca della rivolta è stroncata, come lo era la voce di Lolita che, analogamente al popolo iraniano, non ha la possibilità di esporre un punto di vista diverso. La diversità è nemica dell’assolutezza del potere e chi governa lo sa bene, ma lo sapevano bene anche le studentesse di Azar che conoscevano il diverso grazie alla letteratura.
«Il romanzo è la forma suprema di espressione della libertà, perché è l’unico spazio in cui non c’è una sola verità, ma molte verità in conflitto tra loro.»