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«Non mi sembra un libro adatto alla tua età. Punto. Andrò a parlare con l’insegnante», disse con voce ferma mio padre, mentre trangugiava indispettito un bicchiere di vino e finiva la bistecca, pensando già alla sigaretta che avrebbe fumato poco dopo e che, forse, lo avrebbe aiutato a calmarsi.
«Papà, perché? Ma che figura faccio? La professoressa saprà quello che fa, ti pare? Siamo nel terzo millennio, non penserai di censurare un romanzo?», lo interruppi bruscamente, sperando che mi avrebbe dato retta, alla fine.
– Senti un po’, Valentina, anch’io so quello che faccio. Lo sapevo quando ti ho iscritto nel miglior liceo della città sperando che avresti avuto insegnanti che avrebbero consigliato letture adatte a una ragazzina. Le letture che venivano consigliate anche a me: Pavese, Fenoglio, Pirandello, Calvino!…
– Tutti uomini, guarda un po’», interruppi ancora a un certo punto, accompagnando le parole con un gesto della mano e con fare sarcastico e soprattutto stufo, stufo di dovere sempre piegarmi al volere dei miei genitori.
«Anche Nabokov è un uomo, fino a prova contraria. Cosa c’entra adesso?», la voce aumentò di un tono, il fiato si faceva più corto, mio padre stava per esplodere, ne ero certa.
«C’entra!. Perché finalmente al posto dei soliti Pavese e Fenoglio – o di Elsa Morante, giusto per fare un po’ di par condicio – ci viene proposto un romanzo rivoluzionario, diverso dal solito, scandaloso, che ci aiuterà ad entrare nella mente di un uomo, nelle perversioni di un uomo che priva una bambina della… » stavo cominciando a declamare e perorare la causa con molta veemenza, quando stavolta fui interrotta io, in modo altrettanto veemente.
«Non usare certi termini in casa mia, è chiaro?!». Vincenzo Meraviglia si alzò addirittura dalla sedia, per sbattere meglio i pugni sul tavolo.
«Lo capisci tu stessa che è grazie alla tua fantastica professoressa, che ti mette queste belle idee in testa, che usi parole non adatte a una quindicenne?!
– Non posso credere che mi stai impedendo di leggere un romanzo, non posso credere che si possa arrivare anche a questo! Non credevo ci arrivassi tu. Di cosa hai paura? Ti prego, papà, non andare dalla prof. Più me ne parli male più me la fai amare. Voglio leggere Lolita. Di cosa hai paura?
– Senti, io sono tuo padre, e come tale, voglio solo il tuo bene. Se dico che quel libro non è adatto a te è soltanto per proteggerti. Non voglio sentire ulteriori lamentele.»
Così tutti i miei sforzi vennero troncati, da una semplice e secca frase. Papà si alzò dalla sedia e si diresse verso il balcone, con la sigaretta già in bocca, imprecando tra i denti, come se la discussione continuasse nella sua testa. Pur essendo una ragazza educata, trattenevo a stento gli insulti, e per evitare che la bocca parlasse per conto suo, uscii di casa, sbattendo violentemente la porta.
Era una giornata uggiosa, insolita rispetto ai caldi e afosi autunni fiorentini; sembrava quasi che il tempo riflettesse il mio stato d’animo.
Mentre camminavo, diretta verso la fermata dell’autobus, ripensavo alle parole della Paoli, e di come queste ultime avessero fatto nascere in me il desiderio di leggere Lolita. La prof ce ne aveva parlato come un libro insolito, sia per il nostro tempo che per quello in cui era stato scritto.
«Pur mantenendo uno stile elevato e tralasciando sempre gli episodi in sé, Nabokov è in grado di narrare in modo chiaro ed esplicito le atrocità che Lolita è costretta a subire». Queste le parole che mi erano rimaste impresse.
Ogni volta che mi torna in mente quell’ora di lezione, la curiosità mi riempie di gioia, la quale è prontissima ad andarsene non appena mi rendo conto che, fino a quando non sarò «grande abbastanza», non potrò leggere neanche l’introduzione di Lolita. Non capisco proprio perché papà si ostini così tanto a impedirmelo: la prof dice che è senza dubbio un libro adatto per ragazzi della nostra età, che non può che sensibilizzarci su certi argomenti finora lasciati a se stessi, ma che ora, all’inizio degli anni 2000, stanno acquisendo finalmente l’importanza che spetta loro.
Senza rendermene conto sono arrivata alla fermata, e lì seduta, con le solite cuffie alle orecchie, c’è Marghe, una delle poche amiche di cui mi fido davvero. Mi siedo accanto a lei, senza dire una parola, poiché dalle sue cuffie si sente l’assolo di chitarra della sua canzone preferita che, se interrotto dalla mia voce, potrebbe scatenare un uragano. Finito il brano, Marghe spegne l’MP3 e si volta verso di me. I suoi occhi azzurri si muovono furtivamente sul mio volto, alla ricerca di un segno che evidenzi il mio umore di quella mattina. Non ci vogliono particolari doti per individuare il mio sconforto. Marghe tira fuori il suo sorriso consolatorio: «È successo di nuovo, vero Vale?».
Le nostre famiglie si conoscono da prima che noi nascessimo e, tra le tante somiglianze, c’è il carattere chiuso di entrambi i nostri padri verso ciò che non ha fatto parte della loro adolescenza. Per me si tratta di libri proibiti, per Marghe di musica. Suo padre non tollera molte delle band popolari in questo periodo, ed impedisce a sua figlia di comprarne CD e tracce mp3. Dice che «i testi non sono adatti a delle quindicenni».
«Sì, – rispondo, – e mi sono davvero scocciata di stare a sentire i suoi inutili divieti. Proprio non riesco a capacitarmi di cosa ci trovi di così «non adatto» in quel dannatissimo libro.» Poggio la testa sul vetro della fermata, non riesco a pensare, la rabbia elimina ogni possibilità di ragionamento.
«Non ne ho idea, ma sappiamo entrambe che, quando è così, non ci si può più ragionare. Tuo padre manterrebbe la sua posizione anche davanti a Nabokov in persona.
– Comunque, oggi abbiamo la Paoli, le parleremo della faccenda, sicuramente lei ci aiuterà, non ti preoccupare.»
Una delle qualità che ammiro di Marghe è il suo irrefrenabile ottimismo, che le permette di vedere sempre uno spiraglio di luce in tutti i problemi che le si presentano davanti.
Durante il tragitto in autobus non diciamo una parola, io immersa nei miei pensieri, e Marghe in un album dei Green Day, comprato di nascosto grazie a una sua amica di quarta.
La professoressa Paoli era già alla cattedra: le mani ferme, lo sguardo rivolto verso la finestra, con quell’aria di chi è immerso in pensieri che a molti sono ancora preclusi.
Iniziata la lezione, ci guarda uno a uno, fermandosi un secondo di più su di me. Forse leggeva nei miei occhi l’espressione torva di quella mattina o forse mi guardava perché avevo ancora del dentifricio sul viso, non lo so, comunque mi sentivo particolarmente al centro della sua attenzione.
«Sapete – esordisce, posando le mani sul volume di Lolita – molti pensano che questo libro sia un invito al peccato. Altri pensano che sia un manuale d’orrore. La verità è che il vero mostro non è l’atto in sé, ma il linguaggio che Humbert Humbert usa per mascherarlo. La letteratura serve anche a questo: a smascherare i mostri che, come in questo caso, si travestono da poeti.»
Alzo la mano con una certa agitazione, sentendo il cuore battere contro le costole:
«Prof, mio padre dice che… che certi libri non sono adatti ai ragazzi della mia età. Che leggendo certe cose si finisce per diventarne complici, o peggio, vittime. Dice che mi vuole proteggere.»
La Paoli si avvicina al mio banco. Il silenzio in aula era così denso che sentivo la pioggia sbattere contro i vetri, come se fosse un rumore assordante:
«Valentina, tuo padre ha paura che la realtà ti ferisca. Ma impedirti di leggere è come bendarti gli occhi prima di farti attraversare la strada. Non ti protegge dal pericolo, ti toglie solo i mezzi per riconoscerlo.»
Marghe, accanto a me, si toglie le cuffie, che teneva sempre intorno al collo. Tenendo lo sguardo fisso su di esse, dice:
«È lo stesso per la musica, prof. I miei dicono che è rumore, che a lungo andare mi possa rovinare il cervello. Ma a me sembra che abbiano solo paura che io inizi a pensare davvero con la mia testa, sembra che vogliano continuare a tenermi sotto il loro sguardo, così che io rimanga sempre una bambina, facile da controllare e da manipolare.»
La professoressa sorride, un sorriso amaro ma complice:
«Il controllo passa sempre per la censura, ragazze. Ce lo insegna Azar Nafisi che nel suo romanzo, appena pubblicato, Leggere Lolita a Teheran, commenta questo testo come nessuno e soprattutto nessuna aveva mai fatto prima. Se ti tolgono le parole per descrivere un dolore, o la musica per esprimere rabbia, allora quel dolore e quella rabbia non esistono più per il mondo. Diventate invisibili.»
In quel momento capii qualcosa, le parole della Paoli si trasformarono in uno spunto. La testardaggine di mio padre, nel suo caso, non era cattiveria, non era censura finalizzata a controllo, era fragilità. Aveva paura che io scoprissi, attraverso le pagine di Nabokov, che il mondo non è un posto sicuro e che nemmeno lui, con tutti i suoi divieti e le sue sigarette fumate sul balcone, poteva garantirmi l’immunità dal male. Ma la sua «protezione» mi stava rendendo fragile, non forte.
All’uscita da scuola finalmente aveva smesso di piovere. Marghe mi porge un auricolare:
«Cosa facciamo?» chiede, mentre le note distorte dei Green Day riempivano ancora una volta lo spazio tra di noi.
«Andiamo in centro – rispondo con una fermezza che non sapevo di avere – C’è una libreria che tiene aperto fino a tardi. Ho dei soldi messi da parte.
– E se tuo padre lo trova?
– Lo nasconderò tra i libri di scuola, o sotto il materasso, come fanno in Iran le donne di cui ci parla la Paoli. No. Non è vero. Non mi interessa. Penso proprio che lo leggerò pagina dopo pagina e glielo ammetterò in faccia, a costo di discutere ancora. Se la letteratura è una resistenza, Marghe, allora io ho appena iniziato la mia guerra.»
Saliamo sull’autobus, ma questa volta non poggio la testa contro il vetro. Guardo avanti, verso la cupola del Duomo che svetta in fondo al viale, consapevole che quel pomeriggio non avrei comprato solo un romanzo, ma la chiave per uscire dal recinto di pensiero di una società tanto all’avanguardia quanto arretrata, in cui mio padre cercava di tenermi al sicuro, ma mi rendeva solo più furiosa e determinata ad abbattere certi limiti.
La libreria è affollata, ma mi dirigo dritta al reparto classici. Prendo la mia copia di Lolita. Non è un atto di ribellione, è una necessità. Pago con i soldi che avevo messo da parte per il concerto dei Green Day insieme a Marghe. Tanto me li riguadagnerò velocemente, aiutando la nipote del vicino a fare i compiti.
Tornata a casa, era quasi ora di cena. Mio padre era in salotto seduto sulla solita poltrona, con il telecomando in mano, nel tentativo di trovare qualcosa di appagante da vedere alla tv. Non appena entrata, si raddrizza. «Dove sei stata fino a quest’ora?» mi chiede. Il tono è quello di chi è pronto a ricominciare la discussione della mattina.
Invece di correre in camera o nascondere lo zaino, tiro fuori il libro e lo appoggio delicatamente sul tavolo, proprio davanti a lui:
«Sono andata a comprarlo – cercavo di essere più sicura possibile. Lui fissa la copertina. Avevo il terrore che l’avrebbe preso per scaraventarlo fuori dal balcone. Si alza in piedi, sembra pensare a ogni singola parola che stava per dirmi.
-Ti avevo detto di no Valentina. Perché devi sfidarmi?
– Non ti sto sfidando – rispondo, guardandolo dritto negli occhi – Sto solo decidendo cosa può entrare nella mia testa. La professoressa oggi ha detto che se mi togliete le parole per capire il male, io rimarrò sempre indifesa. Preferisci che io sia ignorante o che io sia consapevole?»
Papà rimane in silenzio. Guarda me, poi il libro, poi di nuovo me. Sembra che per la prima volta si renda conto che non sono più la bambina a cui poteva vietare certi tipi di film perché troppo espliciti:
«Fai come vuoi» dice con un filo di voce, non sembrava più l’uomo autoritario di stamattina. Si gira e va in cucina senza aggiungere altro.
Vittoria. Non una vittoria trionfale, ma personale. Avevo conquistato il potere di farmi un’idea del mondo. Mi precipito in camera, mi butto sul letto e apro la prima pagina. «Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi». Non sapevo ancora cosa mi aspettasse in quelle pagine ma sapevo che finalmente ero io a scegliere di leggerle.