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Il legame tra la lettura classica occidentale e la realtà della Repubblica islamica dell’ Iran degli anni Ottanta può sembrare a un primo sguardo paradossale. Eppure per le studentesse che si riunivano segretamente a casa della professoressa Azar Nafisi, Henry James non era solo un autore ma anche un compagno di lotta: infatti attraverso opere come Daisy Miller o Washington Square, queste donne hanno trovato le parole per descrivere se stesse e le proprie scelte morali e vulnerabilità. La vita quotidiana delle protagoniste era segnata da una fragilità estrema, la vulnerabilità non era solo fisica, come il rischio di una bomba o di un arresto, ma principalmente identitaria proprio come per Daisy Miller, la giovane americana che sfidò le convenzioni sociali a Roma venendo condannata dal giudizio altrui. Le studentesse di Nafisi allo stesso modo vivevano in una società giudicante che cercava di definire la loro integrità in base al velo o al comportamento pubblico. Le letture dei brani di James instauravano in loro un modello di comportamento simile a quello delle protagoniste dei testi, che non avevano paura della morte, ma di perdere integrità: le protagoniste erano quindi affascinate dai personaggi di James e attraverso piccoli gesti cercavano di replicarli, come Laleh che decise di presentarsi in Università senza velo.
Mentre questo accadeva l’Iran si trovava in uno scenario di guerra che autorizzava il governo ad essere sempre più opprimente e, attraverso scusanti, sedava qualsiasi tipo di protesta e di rivolta. Di conseguenza, il regime controllava tutte le attività svolte dalle persone censurando e bloccando tutte quelle che interferivano con quel tipo di politica. In conclusione, attraverso lo studio della fragilità umana, le studentesse scoprirono che la loro vulnerabilità non era una debolezza, ma la radice della loro forza. Come Catherine Sloper, impararono che si può essere sconfitti dal mondo esterno, ma si può restare integri nel proprio inconscio.
La letteratura non è, dunque, un’evasione dalla realtà, ma l’unico strumento in grado di dare un senso e una dignità a una realtà dura. Come dicono le studentesse, «James ci ha insegnato che l’unico vero peccato è la mancanza di immaginazione e l’incapacità di vedere l’altro nella sua interezza». Il significato che possiamo trarne è che la resistenza non si esprime necessariamente con atti eclatanti, ma attraverso la vita quotidiana che diventa un atto politico. Scegliere di leggere libri proibiti, truccarsi sotto il velo o semplicemente continuare a pensare con la propria testa sono «no» silenziosi: la scelta morale consiste nel proteggere il proprio spazio dall’ intrusione del potere.