“Ogni storia merita di essere raccontata”, così Anna Koens, impact and outreach manager di Earth investigation programme per Journalismfund Europe, ha presentato il Reporter Slam: cinque giornaliste, cinque inchieste, una sola vincitrice decretata dal pubblico.
Sul palco del cinema Apollo, il 2 ottobre, una vasta platea è stata segnata dalle grida d’aiuto di un mondo disperato, intrappolato nel cambiamento climatico.
La giornalista italiana Cecilia Anesi ha svelato la tratta del “dirty gold”, il cui inizio ha luogo in Venezuela: ”Nel Sud America vengono estratte illegalmente centinaia di tonnellate d’oro, danneggiando gravemente l’ecosistema amazzonico. Oltre a questo, il fenomeno ha favorito la corruzione e ha lasciato la violenza dell’illegalità prendere il sopravvento”.
Successivamente è intervenuta Anastasia Karadimitri per fare luce sugli oscuri fondali del Mediterraneo orientale, spiegando che, dal 2021, “il mare è diventato di fango”. Infatti, a causa delle estreme condizioni climatiche, i microrganismi producono massicce quantità di mucillaggine: ”Se crediamo che la superficie dove viviamo sia più inquinata dei fondali marini, ci sbagliamo”, conclude la reporter.
Ricollegandosi all’intervento precedente, la giornalista Eleonora Vio ha sfatato un mito: ”Il gambero rosso di Mazara del Vallo, in realtà, ha origini nordafricane”. Infatti, i pescherecci della nota città siciliana, in piena crisi ittica, sono stati costretti a cercare il crostaceo in altre acque, in particolare quelle libiche, e a rinunciare al “Made in Italy” per mantenere i prezzi invariati.
Dall’acqua alla superficie, la reporter bielorussa Nasta Zakharevich descrive il confine tra Bielorussia e Polonia, nazioni separate da un muro lungo 187 km; la barriera, apparentemente nata per garantire la sicurezza dei cittadini, separa invece due habitat un tempo coesi: l’ambiente cittadino e la foresta. Come sottolinea la giornalista, “La barriera non è altro che un muro che taglia a metà un intero ecosistema, ribaltando completamente il concetto di libertà”.
L’inchiesta finale, condotta dalla giornalista libanese Hala Nouhad Nasreddine, ha riportato l’attenzione del pubblico in Medio Oriente: “Sono 68000 famiglie le principali vittime dei danni collaterali causati in Iraq dal flaring, ovvero la pratica di bruciare il gas naturale in eccesso anziché recuperarlo”. È stato proprio l’ultimo reportage ad essere decretato vincitore.