Durante il primo giorno del Salone del Libro, il Gruppo di Lettura del Bookstock e la Direzione Futura di Mi Prendo Il Mondo hanno avuto l’opportunità unica di dialogare con Paola Caridi, saggista e giornalista italiana, a proposito del suo nuovo libro “La voce di Gaza”, che tratta di un argomento toccante e quanto mai attuale come la questione palestinese.
Argomento delicato e importante, che interessa soprattutto il pubblico più giovane, partecipe e protagonista di manifestazioni e proteste che si sono estese a macchia d’olio lungo tutta la penisola e oltre. Anche se l’attenzione sulla situazione è drasticamente diminuita da quando è stato firmato il cessate il fuoco il 10 ottobre 2025, le proteste sono continuate e, come ha tenuto a sottolineare l’autrice, sempre capitanate dalle generazioni più giovani. Nonostante questo, Paola Caridi ha raccontato al pubblico come il genocidio palestinese continui a vivere nel cuore delle persone di tutte le età e di tutte le origini: le madri vedono nei figli dei palestinesi i loro figli, in una comunione di lutti che non conosce confine.
Sebbene il dibattito, soprattutto giornalistico, sia andato scemando, l’autrice ha sottolineato come la Palestina sia un tema che spopola in ogni ramo dell’arte; dalla poesia alla narrativa d’infanzia, passando per il teatro, di cui lei stessa è stata protagonista: insieme a Tommaso Montanari, infatti, sta presentando in giro per l’Italia “SPECCHI. Gaza e noi”, dialogo teatrale a due voci in forma di studio. Paola Caridi ha confessato di non voler inizialmente scrivere una storia dal punto di vista di un palestinese, non sentendosi abbastanza coinvolta, ma ha scelto il compromesso di raccontare una storia per ragazzi attraverso il punto di vista di un albero, spettatore e vittima delle violenze del genocidio. Una scelta, quella di narrare la storia di amicizia tra un sicomoro e un ragazzino, che le ha permesso di raggiungere il cuore dei più giovani, uscendo dagli schemi rigidi e dalla lucida freddezza con cui il tema viene spesso affrontato nei media. E proprio i bambini, ricorda l’autrice, sono le maggiori vittime della violenza israeliana, che non solo li priva di beni e risorse fondamentali, ma spesso nega loro il diritto per loro più importante: quello all’infanzia.
Parlando dell’identità palestinese e della conservazione della cultura di questa terra, l’autrice ha tenuto a sottolineare l’importanza di integrare la propria identità culturale con le novità portate da anni di esilio e violenze. Infatti, conservare la propria identità culturale non vuol dire mantenerla inalterata: chiudersi nel proprio passato, negare la realtà dell’esilio può portare a un risorgere dei nazionalismi. Rischio che, ha sottolineato l’autrice, è sempre dietro l’angolo, specialmente nei tempi in cui stiamo vivendo. Si deve preferire l’attaccamento alla terra, ai valori, alle tradizioni e alla vita anziché quello all’orgoglio nazionale: solo così la civiltà si può salvare.
In conclusione, Paola Caridi ha ricordato nuovamente l’importanza di agire anche nel piccolo, nel quotidiano. Importantissimi, nonostante le mille critiche, sono infatti i social, mezzo principale attraverso il quale i palestinesi sono stati in grado di mostrare le loro condizioni, la loro oppressione in quello che si è rivelato essere il primo genocidio “in diretta” della storia, ma anche mezzo importante di divulgazione e diffusione al di fuori della Palestina stessa. Ciononostante, l’autrice ha ribadito l’importanza fondamentale del contatto diretto, dell’aggregazione, della corporeità anche come mezzo politico di protesta e di lotta contro le ingiustizie del nostro tempo.
Per quanto l’orrore nei confronti del genocidio dei palestinesi non faccia più notizia e il dibattito si sia notevolmente ridotto, Paola Caridi ci dice che il lavoro da fare non è ancora concluso, e che tutti noi, partendo proprio dai più piccoli, dai ragazzini, possiamo e dobbiamo continuare a credere, ad agitarci e a far sentire la nostra voce.