Domenica 17 maggio al Salone Internazionale del libro di Torino, Alberto Tomba, specialista di slalom speciale e gigante che in carriera ha vinto 3 ori e 2 argenti olimpici, 4 medaglie mondiali, una Coppa del Mondo generale, 8 Coppe del Mondo di specialità, per un totale di 50 vittorie. Lo scorso autunno ha pubblicato con Sperling & Kupfer la sua autobiografia Lo slalom più lungo e ieri il campione ha incontrato i ragazzi del Gruppo di Lettura del Bookstock, per raccontare aneddoti e segreti della sua carriera sportiva.
L’incontro è iniziato, come ogni gara di Coppa del Mondo che si rispetti, al cancelletto di partenza. Tomba ha raccontato che i momenti precedenti a una competizione sono i più adrenalinici, e per scaricare la tensione cercava di estraniarsi. Per questo era solito riscaldarsi in un cabinotto, spostandosi solo una decina di minuti prima del via. Per dare il meglio nelle gare un altro suo trucco era quello di raffreddare gli scarponi nella neve, in modo tale da mantenere lo scafo rigido – perché come ha tenuto a ricordarci, lo scarpone conta più dello sci..
Per prepararsi all’incontro, nei precedenti giorni del Salone i ragazzi e le ragazze del gruppo di lettura hanno chiesto al pubblico quale sua grande vittoria il campione avrebbe dovuto raccontare sul palco: la scelta è ricaduta sulla sua ultima vittoria avvenuta nel ‘98 a Crans-Montana, un luogo che gli sta molto a cuore. Prima ancora di raccontare quella gara dedicata alla nonna, Alberto Tomba ha voluto ricordare le vittime della recente tragedia di capodanno e questa sua cura è stata accolta dal pubblico con un sentito applauso.
Subito dopo Alberto Tomba ha condiviso anche i ricordi delle gare che hanno plasmato la sua carriera. Ritornando agli inizi il mitico sciatore ha raccontato della gara che lui considera una cinquantunesima vittoria: il parallelo di Natale sul Sestriere del ‘84; epica è stata la rimonta che l’ha portato sul podio a Lillehammer ‘94, dal 12° al 2° posto, avvenuta grazie a un memorabile colpo d’anca; come dimenticare poi i due ori ai Mondiali in Sierra Nevada conquistati nel ‘96, rimandati l’anno precedente per mancanza di neve.
Prima delle gare Tomba, per scherzare, aveva dichiarato che le condizioni meteo sarebbero potute essere instabili perché la Spagna si trova vicino al Marocco. Questa affermazione era stata travisata dai giornali che il giorno dopo titolavano “Tomba in Africa”, attirandosi l’astio spagnolo. Infine il campione ha raccontato un’altra esperienza che gli è rimasta nel cuore: la sua partecipazione a 6 Olimpiadi, di cui due da tedoforo: quella di Torino 2006 e quella di Milano-Cortina 2026, quando ha acceso il braciere olimpico insieme all’amica Deborah Compagnoni.
Ma oltre alla sua fama, attorno alla figura di Alberto Tomba girano numerose storie, storie che lo stesso campione ha raccontato nel libro e sul palco. Ad esempio, dopo la grande rimonta di Lillehammer, il preparatore dell’atleta – Robert Brunner – scelse di festeggiare lanciandogli delle torte in faccia, il cui odore impregnava tutta la stanza e la cui panna aveva, a detta dell’atleta, un buon sapore. Un altro aneddoto, più conosciuto, riguarda le Olimpiadi di Calgary, quando persino il festival di Sanremo venne fermato per mostrare in diretta la seconda manche della gara di Tomba quando, sicuro della vittoria, il campione fece gli ultimi metri con un braccio alzato in segno di festeggiamento. Oppure quando, sempre a Calgary, una tv privata colse in flagrante Tomba intento a mangiare un panettone a seguito della gara. A riguardo il campione non si è riservato di nascondere la grande pressione mediatica a cui era sottoposto al tempo, come per ogni piccola cosa che facesse si ritrovasse su giornali e televisioni. Ha tenuto anche a sottolineare che di quel panettone ne aveva mangiata solo una fetta.
Tomba ha in più occasioni ricordato il rapporto con la famiglia: le telefonate alla mamma da una cabina a gettoni, gli inizi col fratello, ma soprattutto il padre. Proprio a suo papà Franco, venuto a mancare pochi anni fa, il campione ha dedicato il libro. È stato infatti il padre che ha introdotto Alberto e il fratello Marco allo sci, facendoli seguire da un maestro suo amico a Cortina. La famiglia e i suoi luoghi d’origine sono sempre stati importanti, ma secondo lui altrettanto importante per la sua carriera è stato saperli gradualmente lasciare andare.