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«Una intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non vorrei che ciò accadesse, ma probabilmente succederà».
Una frase così non suona come politica. Suona come una condanna.
«Una intera civiltà morirà stanotte». Non è solo una minaccia: è un linguaggio che trasforma migliaia di persone in qualcosa di astratto, sacrificabile. E quando il linguaggio fa questo salto, la realtà spesso lo segue.
Ma il punto più disturbante non è solo la minaccia. È il paradosso che si porta dietro.
Per anni, una parte degli iraniani — soprattutto quelli all’estero — ha guardato con rabbia il regime. Rabbia giusta: repressione, censura, diritti negati. Le proteste, le donne in prima linea, il desiderio di cambiare tutto. In quel contesto, vedere colpiti i vertici della Repubblica Islamica può sembrare, a qualcuno, una forma di «giustizia».
E infatti è successo: c’è stato chi ha esultato.
Ma poi la realtà si allarga. E diventa impossibile ignorarla.
Perché una bomba non distingue. Non colpisce «il regime» in modo pulito e chirurgico come nei discorsi ufficiali. Colpisce quartieri. Strade. Ospedali. Scuole. Colpisce persone che non hanno mai avuto potere.
E allora quel primo momento di approvazione si incrina.
Perché se da una parte c’è un sistema politico oppressivo, dall’altra ci sono vite reali che vengono travolte. E sostenere un attacco «contro il regime» diventa improvvisamente qualcosa di molto più complicato quando il prezzo lo paga la gente comune.
Questo è il paradosso: desiderare la fine di un potere che opprime… e ritrovarsi davanti a una guerra che distrugge anche chi dovrebbe essere liberato.
E non finisce qui.
C’è un altro livello, ancora più scomodo. L’idea che questa guerra non sia davvero per la libertà. Che dietro le parole — sicurezza, stabilità, diritti — ci siano interessi molto più concreti: influenza, controllo, risorse, petrolio.
E se fosse così? Come risponderebbe Azar Nafisi?
Se fosse vero, allora il paradosso diventa quasi crudele: una popolazione che soffre sotto un regime e che allo stesso tempo rischia di essere usata come pedina in un gioco più grande.
A questo punto la domanda cambia. Non è più: «Da che parte stai?», è: «Chi sta davvero pagando il prezzo?»