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Mi sono chiesta spesso cosa significhi sapere con sicurezza chi si è. Non nel senso
banale del nome e del cognome, ma nel senso più profondo: sapere a che luogo si appartiene, quale voce usare, quale volto mostrare. È una domanda che la maggior parte di noi affronta lentamente, nel tempo, nel corso dell’adolescenza e della giovinezza. Azar Nafisi e le sue studentesse, invece, non hanno avuto questo lusso. In Leggere Lolita a Teheran il tema dell’identità divisa non è una metafora letteraria ma è una condizione concreta, quotidiana, imposta dall’esterno con la forza.
Il libro racconta due anni di incontri clandestini: ogni giovedì mattina, sette studentesse si recano a casa di Nafisi, tolgono il velo e i mantelli neri, e insieme leggono e discutono romanzi occidentali. È un gesto apparentemente semplice, ma in quell’appartamento, per qualche ora, possono essere se stesse. Il punto di partenza è questa divisione, tra ciò che si è costrette a mostrare fuori e ciò che si è davvero dentro.
C’è un’immagine che Nafisi usa per descrivere questa divisione con precisione. Parla di due fotografie: una scattata fuori, in cui le donne appaiono avvolte nei mantelli neri e nei veli, come vuole il regime; l’altra scattata all’interno del salotto, in cui ognuna si presenta per come si immagina davvero. E scrive: «In nessuna delle due ci sentivamo completamente a casa.» Non dice soltanto che le donne soffrono fuori, nella realtà costretta del regime. Dice che l’identità divisa, quando dura abbastanza a lungo, non permette di sentirsi pienamente a casa da nessuna parte. Non esiste un «io autentico» che aspetta solo di essere liberato, perché la divisione lo ha già attraversato e modificato. Le due fotografie esistono in opposizione, ma anche in dipendenza reciproca; quanto senza una, l’altra è incompleta.
Il velo è l’elemento visibile di questa divisione, e l’autrice lo analizza con una profondità che va oltre il dibattito politico sul coprirsi o non coprirsi. Il velo non è solo un indumento, ma è il confine fisico tra il mondo del regime, della sorveglianza, del controllo, e il mondo dell’individuo, della libertà. Nafisi descrive il momento in cui le studentesse tolgono velo e mantello come una specie di metamorfosi: «Quasi ogni volta, non riuscivo a non restare colpita dallo shock di vederle togliersi i veli obbligatori e esplodere in un mondo di colori.» Togliere il velo significa riappropriarsi, almeno temporaneamente, di una forma di se stesse che fuori non possono mostrare.
Una delle espressioni più forti del libro è quella con cui Nafisi descrive la condizione delle donne sotto il regime: «Eravamo diventate il frutto dell’immaginazione di qualcun altro.» Un ayatollah aveva deciso di ricostruire la nazione nell’immagine di un passato ideale e immaginario, e in questo progetto le donne non erano soggetti ma oggetti: pedine di una visione altrui, non persone con una storia propria.
Di fronte a questa cancellazione dell’identità, Nafisi e le sue studentesse trovano rifugio nei romanzi. Leggere non è un esercizio accademico. È un atto di resistenza. I romanzi mostrano qualcosa che la realtà esterna ha tolto alle ragazze: la possibilità di esistere come individui complessi, contraddittori, pieni di desideri e paure proprie, non riducibili a un’etichetta politica o religiosa. «Cercavamo nella narrativa non tanto la realtà quanto l’epifania della verità», scrive Nafisi. Questa frase riassume bene come la letteratura sia stata per loro fondamentale in un contesto di oppressione; non perché i romanzi siano una via di fuga dalla realtà, ma perché sono uno dei pochi spazi in cui la realtà può essere nominata, interrogata, guardata con occhi propri. Le ragazze di Nafisi usano i romanzi in modo speculare, non per perdersi ma per ritrovarsi.
Per immaginare se stesse al di là di ciò che il regime ha deciso che siano.
Il tema dell’identità divisa non riguarda solo le studentesse. Riguarda profondamente anche l’autrice stessa. Nafisi ha studiato negli Stati Uniti, è cresciuta tra due culture, due lingue, due sistemi di valori. Quando è tornata in Iran, portava dentro di sé qualcosa che il regime percepiva come estraneo, pericoloso. Portava un modo di leggere, di insegnare, di pensare che non si conformava alla visione imposta. Allo stesso tempo, non era pienamente «occidentale», perché le sue radici iraniane, la sua lingua madre, la sua storia personale erano inscindibili da lei. Viveva in uno spazio di mezzo e non apparteneva completamente né a un mondo né all’altro. Questa condizione è sia una ferita sia una risorsa. È una ferita perché comporta un senso costante di non appartenenza, di non essere mai completamente a casa. È una risorsa perché chi vive in quello spazio di mezzo ha una prospettiva doppia: riesce a vedere le cose da angolature che chi appartiene a un solo mondo non può vedere. Proprio grazie a questa prospettiva doppia Nafisi può leggere i romanzi occidentali attraverso la lente della realtà iraniana.
Potrebbe sembrare che questo riguardi un contesto lontano, geograficamente e storicamente. Ma l’identità divisa non è esclusiva dei regimi totalitari. Chiunque viva tra due culture – figli di immigrati, persone che si trasferiscono in un paese straniero, ragazzi e ragazze cresciuti tra valori familiari e valori del mondo esterno molto diversi – vive una versione di questa divisione. La domanda «chi sono davvero?» quindi non è semplice quando le risposte che ti vengono offerte sono contraddittorie o incompatibili tra loro.
A volte anche la pressione a conformarsi a un’immagine precisa produce qualcosa di simile. Un sé pubblico costruito per compiacere gli altri e un sé privato che non sempre coincide con esso. La differenza è di grado e di violenza, non di struttura.
Le ragazze di Nafisi erano costrette alla scissione con la forza, sotto pena di conseguenze fisiche. Ma in generale, il meccanismo di presentarsi al mondo come qualcuno che forse non si è del tutto, per sopravvivere o per essere accettati è riconoscibile.