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«Se mi rivolsi ai libri fu perché erano l’unico rifugio che conoscevo, ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere, per proteggere una parte di me stessa che sentivo sempre più in pericolo»
Questa frase di Azar Nafisi, tratta dal suo celebre libro Leggere Lolita a Teheran, non è solo una riflessione personale, ma anche un vero e proprio messaggio di resistenza culturale. Per l’autrice, la letteratura non è solo un passatempo, ma una necessità vitale: un modo per proteggere una parte di sé che rischia di essere soffocata.
Ciò ci fa pensare a quanto, nei momenti difficili, ciascuno di noi senta il bisogno di aggrapparsi a qualcosa che ci aiuti a resistere. Nella vita ci sono momenti in cui il mondo sembra ostile o incomprensibile, a causa di problemi personali, pressioni sociali o situazioni più ampie che limitano la libertà. In queste circostanze, le persone cercano rifugi interiori. Questi rifugi non risolvono i problemi, ma offrono uno spazio in cui ritrovare sé
stessi, riorganizzare i pensieri e preservare la propria identità.
L’esperienza di Azar Nafisi rende tutto questo molto chiaro. Nata e cresciuta a Teheran, visse in prima persona i cambiamenti portati dalla Rivoluzione iraniana, che trasformarono profondamente la società. In quel nuovo contesto, la libertà di espressione venne ridotta, soprattutto per le donne. La loro vita quotidiana fu segnata da regole sempre più rigide: obbligo del velo, esclusione da attività educative e lavorative, controllo dei comportamenti e della sfera privata. Azar, rifiutandosi di accettare queste restrizioni, dovette lasciare l’insegnamento universitario. Tuttavia, non rinunciò alla letteratura, trasformò la sua casa in uno spazio di libertà, dove insieme a sette studentesse leggeva e commentava opere della letteratura occidentale proibite dal regime. I libri diventarono per loro un luogo di libertà, dove si poteva ancora pensare, immaginare e discutere liberamente. Queste letture non erano solo cultura, ma anche una forma silenziosa di resistenza contro un sistema che voleva uniformare e reprimere le persone.
Questo ci insegna che cercare un rifugio, come una forma di resistenza, non è segno di debolezza, ma di consapevolezza. Chi cerca uno spazio protetto anche dentro di sé non sta scappando dalla realtà, ma cerca di affrontarla senza perdere la propria essenza. Questo vale sia in situazioni estreme, come quella vissuta da Nafisi, sia nella vita di tutti i giorni, quando affrontiamo delusioni, cambiamenti o momenti difficili, abbiamo bisogno di qualcosa che ci ricordi chi siamo davvero.
Il rifugio di cui parla Azar Nafisi non è una fuga dalla realtà ma una forma di resistenza, la creazione di uno spazio interiore di libertà, dove i propri pensieri e valori possono sopravvivere anche quando il mondo esterno cerca di soffocarli.