Laboratorio, Leggere Lolita a Teheran 2026, Un libro tante scuole

Censura, identità e educazione femminile in “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi


Harsukh Kaur

Liceo M. Gioia - Piacenza

Nome Scuola

Liceo M. Gioia

Città Scuola

Piacenza

I. Il velo e il libro
Un’immagine attraversa l’intero libro di Azar Nafisi: sette donne che, entrando in un appartamento privato a Teheran, si tolgono il velo e la veste nera. Non si tratta soltanto di un gesto materiale, ma di una trasformazione simbolica: liberandosi di un obbligo imposto, recuperano la propria identità. «Ognuna di loro acquisiva una forma, un profilo, diventava il suo proprio, inimitabile sé.»
Questo gesto quotidiano, apparentemente semplice, racchiude il significato più profondo dell’opera: la resistenza non è necessariamente un atto clamoroso, ma può consistere nella fedeltà silenziosa a se stessi.
In questo contesto si inserisce il seminario clandestino che Nafisi organizza nel 1995 nella propria casa, coinvolgendo sette tra le sue studentesse più brillanti. In quel salotto, tra romanzi occidentali e discussioni appassionate, non si svolge soltanto un’attività accademica: si costruisce uno spazio di libertà. La lettura diventa così un esercizio quotidiano di autonomia interiore.
Da qui prende avvio la riflessione centrale del libro: la censura non è solo un sistema di divieti, ma un progetto più ampio che mira a cancellare l’individualità. In parallelo, l’educazione femminile emerge come uno dei principali terreni su cui questo progetto si realizza e viene contestato.

II. La censura come struttura del potere
Per comprendere appieno la censura descritta da Nafisi, è necessario superare l’idea che essa consista semplicemente nella proibizione di alcuni testi. Nell’Iran post-rivoluzionario, la censura costituisce infatti la struttura stessa della realtà: non è un’eccezione, ma una norma che regola ogni ambito della vita.
L’episodio del responsabile della censura cinematografica, quasi cieco e costretto a farsi descrivere i film per decidere cosa eliminare, appare inizialmente grottesco. Tuttavia, proprio questa cecità assume un valore simbolico: il potere non ha bisogno di vedere per esercitare il controllo, perché il suo obiettivo non è comprendere la realtà, ma plasmarla.
La stessa logica domina anche l’Università, che dovrebbe essere il luogo del sapere critico: invece di promuovere la qualità dell’insegnamento, le autorità si concentrano su dettagli esteriori, come l’aspetto delle studentesse. Parallelamente, i testi letterari vengono manipolati: parole eliminate, autori esclusi, contenuti reinterpretati in chiave ideologica.
In questo modo, la letteratura smette di essere uno spazio di riflessione e diventa un terreno di sorveglianza. Il regime dimostra così di comprendere perfettamente la natura potenzialmente sovversiva della letteratura: essa costringe a confrontarsi con la complessità e con punti di vista diversi. Ed è proprio questa complessità che il potere cerca di eliminare, preferendo una realtà semplificata e controllabile.

III. La censura dell’identità: il corpo come territorio politico
Se la censura dei testi è pervasiva, quella delle persone lo è ancora di più. Il regime non si limita a controllare le idee, ma interviene direttamente sull’identità degli individui, in particolare delle donne, riducendole a una categoria uniforme e anonima.
Questa trasformazione si realizza attraverso pratiche concrete: imposizioni sull’abbigliamento, restrizioni legali, violenze quotidiane. Il corpo femminile diventa così un vero e proprio territorio politico, costantemente sorvegliato e disciplinato.
Il caso di Mahshid chiarisce bene questa dinamica. Prima della rivoluzione, indossare il velo era per lei una scelta personale e consapevole. Dopo l’introduzione dell’obbligo, quel gesto perde ogni valore individuale e diventa pura imposizione. In questo modo, il regime non rafforza l’identità religiosa, ma la svuota di significato.
Diversa, ma complementare, è la situazione di Nassrin, che sviluppa una doppia vita per adattarsi alle richieste esterne senza rinunciare completamente alla propria interiorità. Il suo comportamento rivela un aspetto centrale del totalitarismo: non si limita a imporre obbedienza, ma costringe gli individui a scendere a compromessi continui con la propria coscienza.
Come osserva Nafisi, il crimine più grave di un sistema simile è proprio quello di trasformare le vittime in complici, logorando progressivamente la loro integrità morale.

IV. Educazione femminile: resistenza e continuità
In questo quadro, l’educazione femminile assume un valore decisivo. Per le donne descritte da Nafisi, studiare non significa solo acquisire conoscenze, ma affermare la propria esistenza in un contesto che tende a negarla.
Le storie delle studentesse mostrano diverse forme di resistenza. Yassi, ad esempio, sfida apertamente le aspettative familiari scegliendo di proseguire gli studi e rimandare il matrimonio. La sua è una ribellione semplice ma fondamentale: rivendicare il diritto di decidere per sé.
Allo stesso tempo, la figura della madre di Nassrin introduce una prospettiva diversa. Pur avendo rinunciato ai propri sogni, trasmette alla figlia ciò che ha perduto, insegnandole l’inglese. In questo modo, l’educazione diventa una forma di continuità tra generazioni, una trasmissione di possibilità non realizzate.
Il seminario di Nafisi si inserisce proprio in questa dinamica: è uno spazio alternativo in cui il sapere circola liberamente, al di fuori delle restrizioni istituzionali.
Qui l’educazione recupera la sua funzione originaria, non come strumento di controllo, ma come mezzo di emancipazione.

V. La letteratura come spazio di libertà
La centralità della letteratura nel libro deriva proprio da questa funzione emancipatrice. I testi scelti da Nafisi raccontano individui che cercano di affermare la propria autenticità contro le pressioni sociali, offrendo alle studentesse modelli e strumenti di interpretazione della realtà.
In particolare, Nabokov diventa una chiave di lettura potente. Il parallelismo tra Lolita e la condizione delle donne iraniane mette in luce un meccanismo comune: la riduzione dell’individuo a oggetto, privato della propria voce e identità.
Tuttavia, la letteratura non si limita a rappresentare il problema, ma offre anche una forma di resistenza. Attraverso la narrazione, il male può essere riconosciuto, nominato e quindi contrastato. Per le studentesse, leggere significa esercitare la libertà di immaginare. Non si tratta di evasione dalla realtà, ma di un modo per ampliarla, per concepire alternative. Non a caso, proprio i libri proibiti diventano i più desiderati: il divieto ne accresce il valore e il potere simbolico.

VI. Libertà di parola e immaginazione
Il tema della libertà emerge con particolare chiarezza nell’episodio del processo a Il Grande Gatsby. Accusato di immoralità, il romanzo viene difeso da Nafisi e dalle sue studentesse non per i suoi contenuti, ma per il principio che rappresenta. Difendere un’opera letteraria significa infatti difendere il diritto all’espressione e alla complessità. La letteratura non deve fornire modelli morali rigidi, ma aprire spazi di riflessione. La libertà di parola si collega così direttamente alla libertà di immaginazione: entrambe sono condizioni indispensabili per pensare il mondo in modo critico.
È proprio questa capacità che i regimi totalitari cercano di sopprimere, colpendo sia i libri sia le donne, ovvero i principali veicoli di trasmissione del pensiero.

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