Quante volte, sbattendo il mignolo del piede contro uno spigolo abbiamo tirato un bel “porca p*****a”. Ecco questo è uno dei tanti automatismi che una cultura sessista, insita in noi, ci porta a dire, come raccontano Stefania Doglioli e Elena Miglietti nel loro libro manuale di imprecazioni, edito Capovolte.
Imprecare è un’azione umana, sana e ogni tanto perfino terapeutica, funziona come un doping naturale. Gli sportivi stessi per esaltarsi le dicono, Elena Miglietti ricorda Fausto Desalu che, nella finale della staffetta maschile olimpica, mentre passava il testimone a Filippo Tortu gli dice “dai c***o”.
Per le donne la possibilità di pronunciare male parole è stata una conquista, una delle molte battaglie combattute per la libertà. Stefania Doglioli porta ad esempio l’enciclopedie delle donne, pubblicate fino al 2000 dove venivano fornite una serie di norme di comportamento, tra cui non imprecare.
Pensate che esistono bene 650 modi per definire una meretrice e invece un solo modo per definire il “cliente”. Nel momento in cui le ragazze si sviluppano e iniziano ad avere i primi caratteri sessuali, devono stare attente a non guadagnarsi la nomea di poco di buono, perché poi diventerà impossibile liberarsene, al contrario il ragazzo che va a prostitute è da imitare ed emulare.
Per secoli tutte le ingiurie hanno fatto riferimento a categorie minoritarie, come le persone appartenenti alla comunità LGBTQ+, le donne, le persone con disabilità. Secondo le autrici, questo è il momento di cambiare, partendo da noi e dalle espressioni che usiamo nella quotidianità per vivere in un mondo più giusto e più uguale per tutti.