“Abbiamo rinchiuso Gaza nella striscia, l’abbiamo sequestrata, rompendo una storia millenaria che la vedeva come un luogo cerniera, un ponte che come porto univa tutto il Mediterraneo”. Questa è l’accusa che Jean-Pierre Filiu, professore di storia del medio oriente presso il prestigioso Istituto Sciences Po di Parigi e diplomatico, ha mosso all’Occidente in occasione della presentazione del suo libro “Storia di Gaza” (Hopefulmonster, 2026). Intervistato (in collaborazione con la Fondazione Merz) da Paola Caridi, direttrice della collana editoriale “La stanza del mondo”, dal saggista Tomaso Montanari e dall’egittologo Christian Greco, Filiu ha affermato che l’obiettivo del suo testo è quello di restituire a Gaza storia e civiltà, entrambe perdute dall’inizio del genocidio, che l’ha trasformata in un campo di sterminio. Per farlo, lo storico francese ne ha ripercorso il lungo passato di crocevia di popoli e di culture, stroncato da un presente crudele e di violenza sistematica. Questa oppressione ha costretto il mondo a imparare a vivere senza Gaza, ridotta a un isolato brandello di terra.
Alla luce della mancanza di sforzi diplomatici internazionali volti a risolvere la “questione” palestinese, la prospettiva per questo territorio è quella di essere cancellato da una “guerra di annientamento”, sia fisica che culturale. Infatti perpetuando un genocidio e eliminando, oltre che esseri umani, anche usanze, tradizioni e storia di un popolo, gli si impedisce di risollevarsi. Il fine di tale operazione è dunque quello di obliare dalla memoria universale una città, una popolazione, una nazione.
Anche il modo in cui i media internazionali anestetizzano la narrazione dei crimini di guerra israeliani è complice di una visione disumanizzata dei fatti, che vengono meccanicamente vincolati a cause geopolitiche. Nei mezzi di comunicazione vediamo infatti una descrizione tautologica indifferente e senza giudizio che sostituisce la storia in senso manzoniano. Un racconto storico “umano”, nello specifico quello di Gaza, è necessario perché vuole restituire dignità ad una popolazione che è destinata ad essere annientata. Uno sforzo per realizzare tale intento è stato compiuto dalla Fondazione Merz, che ha organizzato una mostra per non dimenticare il lascito archeologico palestinese.
Lo stesso Filiu ha vissuto per un mese nella cosiddetta “zona umanitaria” della striscia, tra le sofferenze dei rifugiati, le macerie e le tende dimesse, affermando, a distanza di un anno, di non essere ancora realmente tornato a casa da quell’esperienza. La natura originariamente florida di questa terra è stata compromessa dalla distruzione antropica e ora si è azzerata: a Gaza non c’è un albero, non c’è acqua, non c’è cibo, non c’è rifugio, non c’è un giornalista estero, non c’è un diplomatico. Assistere alla vita di stenti dei bambini, privati della propria innocenza dalla crudeltà che li circonda, ha fatto capire al professore che in quei luoghi “la guerra è la pace”. Se ciò continua, è minacciata tutta la nostra umanità. “Gaza deve ritornare nel mondo perché il mondo deve ritornare a Gaza”.