Cronache, Internazionale a Ferrara tutto l'anno 2021

Quando la fantasia prova a diventare realtà


Maria Nocent, Liceo Grigoletti Pordenone


La città attiva, vivace, centro di cultura e arte, da poco più di un anno, sembra essere scomparsa. Circa metà della popolazione mondiale vive in un centro abitato; un dato importante, che segna una soglia simbolica ormai da alcuni anni. Forse non ci saremmo accorti di nulla, ma una strana pandemia ha stravolto la nostra normalità. Molte persone in questo periodo hanno sperimentato un nuovo stile di vita, in cui il luogo di lavoro e quello di residenza coincidono. I dubbi emersi tra la sicurezza delle quattro mura, riguardano anche i mostri enormi e addormentati in cui viviamo. Quale ruolo avranno le metropoli? Ora che la tecnologia è diventata così invadente, le città avranno ancora senso di esistere?

Ne danno il loro parere tre ospiti che stringono con la città uno stretto rapporto, durante l’incontro di Internazionale di sabato 17 aprile. Tra tutti i problemi che stiamo vivendo, la sola certezza è di avere ormai tra le mani un modello di città non più sostenibile. C’è chiaramente bisogno di un rapido cambio radicale. La virata di qualche grado non basta, dobbiamo fronteggiare una compatta crisi sociale, ambientale e sanitaria. La presidente del Fondo Nazionale Innovazione, Francesca Bria, fa luce su un aspetto fondamentale, che è stato possibile toccare con mano proprio in questi mesi: la tecnologia. Entrata in modo un po’ persuasivo nella vita di tutti i giorni, sarebbe l’arma giusta per percepire il cambiamento anche nell’economia. L’Italia è stata sempre un passo indietro rispetto questa trasformazione, infatti, molte priorità del Recovery Plan sono uno stimolo di innovazione nell’ambito imprenditoriale. Anche Biden, ha stanziato 5 trilioni di dollari da iniettare nell’economia americana e nel futuro. La buona prospettiva manca di democrazia. L’attenzione si sposta verso le Big-tech americane e cinesi che possiedono dati e infrastrutture informatiche. Da quando poi anche le tassazioni e alcuni spazi lavorativi si fondano su degli algoritmi, nasce per tutti la necessità di avere diritti e certezze sulla privacy. La presidente disegna tramite questa innovazione l’utopia di una città proiettata verso la transizione energetica, in cui è attiva la partecipazione dei cittadini tra la gestione di rifiuti e acqua e la realizzazione di un modello di economia circolare.

Introdotto da Stefano Daelli, l’architetto e designer Michele de Lucchi nega il velo utopico del modello della Bria: “Queste cose devono essere realizzate, ne va della qualità della nostra vita”. La fantasia non appartiene solo all’architetto, tutti ne abbiamo. “L’uomo è un animale progettante”. Dalle idee più esagerate viene ricerca e innovazione, come nella vita. Sono proprio queste a portare la realizzazione di una città migliore.

Anche Caterina Sarafatti del C40 Cities pone l’accento proprio sulla collettività e su un cambiamento che parte dal basso. La sostenibilità ambientale non può travolgere le disuguaglianze sociali, “E’ l’unico modo perché sia voluta dalla popolazione”. Solo con una stretta cooperazione fra autorità e cittadini si arriva a gesti concreti che rivoluzionano la quotidianità e segnano un cambiamento. E’ necessario ampliare la mobilità sostenibile a più persone possibili: le piste ciclabili non bastano per rendere una città “smart”, sarebbero riservate solamente ai giovani. Utilizzare dei bus energetici, per esempio, potrebbe  immettere dentro questa scia sostenibile anche persone anziane. Serve quindi equità. La periferia di molte città deve perdere la sua connotazione di luogo sperduto, al di fuori dalla vita. Solo due condizioni dovrebbero esistere: la zona metropolitana e la libera campagna. Una nuova tendenza sperimentata anche a Barcellona proprio da Francesca Bria, è la città decentralizzata, chiamata “Città 10 minuti” che rispecchia questa idea. Solo dieci minuti sono necessari per arrivare ad un servizio essenziale, in ogni quartiere della metropoli. In questi modo le peculiarità della zona non vengono soppresse e un accesso rapido è garantito a tutti, anche nelle zone meno agiate. La comunità è il banco di prova delle transizioni, quando qualcosa nel processo non funziona si formano populismi e movimenti di opposizione. Un esempio recente riguarda la volontà del presidente francese Macron di ridurre le emissioni di CO2 e la formazione rapida dei gilet gialli.

La voglia di cambiare quindi è forte, in particolar modo nei giovani, troppo consapevoli, e senza opportunità di vedere degli interventi concreti. La presidente Von der Leyen per far fronte a questa necessità di progetti implementabili, ha proposto il New European Bauhaus, un nuovo piano. I punti fondamentali sono la sostenibilità e l’innovazione. Il rimando alla famosa scuola d’arte Bauhaus inserisce come caposaldo anche l’estetica e la partecipazione attiva di artisti e architetti. L’ambiente che abbiamo attorno è fondamentale, riesce in qualche modo a influenzare relazioni e comportamenti. Forse per questo nel digitale non si esprimono come nella frenesia della città. Se un condominio diventa simbolo di omologazione tra gli uomini e la società che ci vive all’interno si disgrega, cosa accade nel mondo cittadino? La comunità può fare grandi cose, ma deve essere unita: “Non possiamo creare un mondo sostenibile con degli uomini insostenibili”.

 

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