La Peste, Un libro tante scuole

Il linguaggio dell’evidenza


Erika Professione


Una cosa che ti ha colpito

Il personaggio del dottor Rieux a confronto con il giornalista Rambert

Un’altra cosa che ti ha colpito

“… proprio come l’astrazione, la peste è monotona”

Una frase del libro da conservare

“… nella tragedia c’era una parte di astrazione e di irrealtà. Ma quando l’astrazione comincia ad uccidere, bisogna occuparsi dell’astrazione”

Nel momento in cui ebbe inizio la quarantena il mondo si accorse che i limiti e le regole da rispettare aumentavano man mano che il numero di casi di Covi-19 cresceva. Le persone erano costrette a restare a casa, era permesso uscire solo per estrema necessità. Restrizioni “claustrofobiche”, dapprima applicate ai confini degli Stati furono estese poi a ogni piccolo comune. Il mondo era “in esilio dentro sé stesso”.

Accade qualcosa di simile anche nella “Peste” di Camus, romanzo nel quale le persone si trovano bloccate dentro la città di Orano, separate dai propri cari e dalle proprie abitudini, impreparati alla situazione che impone loro di lottare contro il tempo e la malattia.

All’inizio della crisi, come nel libro, si mettevano ancora davanti le preoccupazioni personali al problema contingente e sembrava che nessuno avesse accettato la presenza della malattia. Per simboleggiare questo atteggiamento di negazione, nel romanzo avviene un confronto diretto tra il personaggio che era interessato alla sua personale felicità, ovvero Rambert, e il protagonista e narratore della vicenda, ovvero il dottor Rieux, che comprende invece la necessità di mettersi nei panni di tutti.

Rambert rappresenta l’umanità che dall’oggi al domani si è vista separata da ciò che le interessa, è un personaggio che fatica a capire il dottor Rieux e il suo punto di vista. Quando Rambert accusa il dottore dicendo: “(lei) Parla il linguaggio della ragione, pensa in termini astratti” perché non lo aiuta a fuggire da Orano, Rieux risponde “che non sapeva se parlava la linguaggio della ragione, però parlava il linguaggio dell’evidenza”. Il giornalista pur continuando a non essere d’accordo con l’interlocutore prontamente riconosce che secondo tutti il bene comune è fatto della felicità di ognuno, pensando naturalmente principalmente alla propria.

Il dottore, come me, ammette che le ragioni di Rambert nel lottare per la propria felicità non sono sbagliate, ma in momenti di crisi come questi è necessario prendere coscienza del fatto che siamo tutti nella stessa barca.

Sono stata colpita dalla riflessione di Rieux riguardo il concetto di astrazione, che nel caso di Orano diventa assai concreta: “… nella tragedia c’era una parte di astrazione e di irrealtà. Ma quando l’astrazione comincia ad uccidere, bisogna occuparsi dell’astrazione”. Questa parte permette al lettore di rendersi conto che per tutti la situazione è difficile, sia per chi è obbligato a restare a casa ad aspettare che qualcosa cambi in meglio, sia per i pazienti e sia per gli operatori sanitari. Ma chiunque viva durante un’epidemia sa che tutto ciò che aveva e conosceva prima che questa iniziasse era “destinato a scendere a patti con il tempo”, come Camus sottolinea nel suo libro. Un tempo lungo, che fa cadere le speranze, mette alla prova la pazienza e la volontà, e che continua a richiedere di lottare per raggiungere anche solo un piccolo bagliore di libertà in questo “esilio”.

In questo sforzo di resistenza, probabilmente ci si abitua a tutto. Il dottor Rieux, infatti, dirà perfino “… proprio come l’astrazione, la peste è monotona” e in questa frase vi riconosco del vero. Leggendo la descrizione delle sue giornate da medico tra i pazienti in fin di vita, i parenti in lacrime che chiedono pietà, il continuo susseguirsi dei giorni senza alcun cambiamento della situazione, ci si accorge che ciò che cambia davvero è la reazione della società, soprattutto se il pericolo è prolungato. Nel libro è descritto in modo efficace il mutamento dell’atteggiamento delle persone nei confronti del morbo: lo stato d’allarme dei primi giorni durato il tempo di abituarsi alla nuova situazione ha dimostrato la superficialità dell’essere umano, che finché non è toccato personalmente dal flagello riesce a passar di fianco a chi è colpito facendo finta di niente. Ma più il tempo passava e più le nuove abitudini diventavano la normalità e la quotidianità di tutti i giorni. Di fatto nessuno si accorse di cambiare a poco a poco il proprio atteggiamento nei confronti della malattia.

Purtroppo, lo sappiamo bene: la gente in situazioni di pericolo vive dapprima forti sentimenti contrastanti di stress, paura ed incertezza. Ma alla lunga tutto ciò comincia a divenire monotono, come scrive Camus: “i concittadini all’inizio al sentire gemiti dalla strada ascoltavano incuriositi, dopo tempo era come se il cuore di ognuno si fosse indurito e si camminava oltre” (pag.140). Questa frase mi ricorda lo scorrere disinteressato dei canali di mio padre, nelle ore di punta dei notiziari, stanco dei soliti avvisi e storie angoscianti, si limita a cambiare emittente televisiva in cerca di qualcosa di diverso. Col tempo risulta più facile rimanere distaccati e accondiscendenti verso ciò che ci viene imposto senza curarci più della situazione come i primi tempi, quando anche solo la scoperta di qualche nuovo caso apriva polemiche e nuove preoccupazioni.

L’epidemia di peste, come la pandemia di Covid-19, ha aperto gli occhi all’uomo in tanti modi diversi e allo stesso tempo l’ha costretto a chiuderli molte volte spaventato da ciò che poteva trovarsi davanti. “La peste” di Camus dimostra poi, attraverso i vari personaggi che ruotano attorno al dottor Rieux, anche la varietà di persone nel mondo e come queste ultime affrontino la situazione in modi diversi. Ma una cosa rimane uguale per ognuno: il flagello che colpisce tutti, e se pur diversi e con necessità a volte contrapposte, siamo costretti a riconoscere di essere sulla stessa barca e se vogliamo tornare in porto, per ricominciare a vivere liberi, ognuno deve remare come gli altri.

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