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La terza parte del libro Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi è dedicata al letterato americano Henry James. L’autrice narra del conflitto che occupa un decennio degli anni Ottanta, tra Iran e Iraq, e che influenza l’intera società iraniana. I bombardamenti sulla capitale e le imposizioni del regime rivelano gli aspetti più profondi della nazione, troppo frammentata e divisa.
Vengono messi a nudo sia la scrittrice, diventata da poco mamma, che trova come punto di fuga i dialoghi con il suo mentore «Mister R», sia le ragazze e i ragazzi che trovano nella letteratura l’unico mezzo per far conoscere se stessi e le loro posizioni. La guerra contro il nemico esterno viene letta dal regime come un’opportunità per unire l’intero popolo iraniano, ma risulta anche una lotta attuata dal regime contro i nemici interni, i monarchici, i filo occidentali e le minoranze religiose. La propaganda islamica illude i giovani, li invita al martirio e, nonostante sia ipocrita e aspra, si dimostra efficace: modifica infatti tutti gli aspetti della società.
Le donne, compresa la Nafisi, devono accettare una trasformazione a loro imposta: l’obbligo di indossare il velo. Quando ritorna all’ Università Allameh di Teheran dopo essere stata cacciata per aver rifiutato gli ordini del governo, la scrittrice è costretta a scendere a compromessi pur di insegnare la propria materia senza dover ricorrere all’ indottrinamento islamico. Gli eventi che si succedono durante il conflitto, trai cui la nascita dei suoi figli e i bombardamenti, affievoliscono la sicurezza d’ animo e l’integrità morale della Nafisi, che trova conforto grazie alla figura del Mago, «Mister R», un uomo ai suoi occhi molto sicuro, capace di intuire i suoi desideri e di farle prendere le decisioni giuste.
Forse la più vulnerabile delle donne presenti in questa parte è proprio la Nafisi. Le sue studentesse usano il silenzio come strumento per combattere la guerra, ascoltano le lezioni su James attentamente, ma la presenza di Ghomi, giovane esponente di una delle associazioni islamiche dell’ istituto, le terrorizza. L’autrice è l’unica che ha il coraggio di rispondere alle critiche di Ghomi, tuttavia la sua visione influenzata dalle esperienze occidentali è inefficace contro i suoi discorsi sull’immoralità delle donne rappresentate da James. Le studentesse, invece, sono immerse nel conflitto fin dalla più giovane età: alcune di queste sono state in carcere, altre sono state giustiziate.
In Daisy Miller e Washington Square le protagoniste non cedono alle convenzioni sociali e desiderano la stima altrui insieme alla propria integrità: entrambe le opere si concludono con un finale infelice, ma le protagoniste vincono poiché riescono a mantenere la propria integrità. Così le studentesse scelgono il silenzio, l’indifferenza davanti a un regime sordo alle loro opinioni. Cresciute in una realtà tradizionalista, comprendono che le protagoniste occidentali dei romanzi che leggono le avrebbero aiutate a venire più facilmente a conoscenza delle proprie fragilità.