L'isola di Arturo 2022, Un libro tante scuole

L’isola interiore


Riccardo Enrico Bochicchio 4E I.I.S. G. Fortunato di Rionero in Vulture


“L’Isola di Arturo” è un racconto antico e moderno sospeso nello spazio e nel tempo come un Limbo. Si narrano le “memorie di un fanciullo” (rimando a Pascoli e Rousseau) scritte da Arturo 18enne prigioniero in Etiopia che rievoca la sua infanzia con il linguaggio e i sentimenti-giudizi propri dell’età infantile e adolescenziale “io stesso sono il primo mistero”, “ero innamorato dell’innamoramento”. A Procida, terra atavica ed isolata dal resto del mondo, la Storia arriva filtrata da un velo protettivo.
La dedica a Remo N, la Morante stessa, è per l’Arturo innocente che vive in simbiosi con la sua isola nido-madre, primo amore puro: è un omaggio alla libertà e spensieratezza dell’infanzia-paese felice (Arturo per molti versi è Elsa). Nome della splendente stella-Boote e di re Artù, egli è nato sotto una cattiva stella. La madre muore di parto e la sua mancanza diverrà tristezza infinita alla nascita del fratellino: “avrei desiderato non essere mai nato”. Quanta amarezza in questo Robinson Crusoe adolescente, tormentato da amore-odio per la matrigna sposa-bambina, Penelope di Ulisse Wilhem, popolana devota ed ignorante che diviene una donna-angelo e una Madonna col bambino.
Tanti i rimandi alla Religione o alla Morte che egli odia poichè mina la “sua felicità naturale”: la sfida, la nega (la madre viva), la rivive (il cane muore di parto), la teme (parto di Nunziata), infine la sfiora (finto-suicidio). Il cerchio si chiude col binomio Guerra-Morte.
Wilhem, amato, ammirato ed idealizzato padre-eroe intruso ed assente, misogino ed omosessuale trasandato, lo tratta con freddezza ed indifferenza (conflitto generazionale padre-figlio). Arturo, moderno Moogli, vive come un selvaggio, disprezza ed evita i suoi simili: “mai un umano è andato a far loro visita”; suo unico amico un cane, suo unico conforto libri di gesta eroiche, capitani coraggiosi e paesi lontani. E’ il Re legiferante del suo castello vuoto e della sua isola, ma è un Piccolo principe solitario.
Respinto dalla matrigna, taglia il cordone ombelicale il giorno del suo 16° compleanno aiutato dal balio-padre sostituto Silvestro tornato per festeggiarlo e si arruola nell’esercito (Wilhem lo abbandona per il suo amante galeotto). Inizia la sua rinascita lesa però dalle “bruttezze della vita”- ”tramontata infanzia” che l’autrice sperava non intaccassero la sua innocenza.
Commento al libro.
Quando ‘’incontro’’ uno scrittore, prima di leggere il suo libro cerco di capire la sua storia. Soprattutto le interviste sono una risorsa preziosa per capire il pensiero e il perché dell’opera. Per quanto riguarda Elsa Morante ho notato molte somiglianze con Arturo. Anche la Morante è una autodidatta per certi versi, anche lei ama e vive per alcuni periodi a Procida che considera l’isola più bella mai vista, anche lei è ‘’la grande solitaria’’ come la definisce un critico letterario o ‘’selvatica ed anarchica ‘’ come la descrive un altro. Anche lei sogna di viaggiare in paesi esotici (e lo fa con gli amici tra cui Pasolini).
Elsa è parte di Arturo e viceversa. La dedica a Remo N. la fa a se stessa prima di tutto, poi ad Arturo e a tutti coloro che conservano lo spirito fanciullino anche quando crescono e subiscono le ‘’bruttezze’’ della vita. Anche lei ha un padre naturale che non la riconosce e prende il cognome del marito della madre, anche la scrittrice, ormai anziana e malata nel 1983 tenta il suicidio venendo meno alla sua religiosità di cui era molto convinta (Nunziata così devota e cattolica tanto che riesce a convertire il protestante Wilhem, è una proiezione della stessa scrittrice).
La scrittrice troverà ormai anziana il figlio che non ha mai avuto-voluto in un povero ragazzo napoletano e lo terrà fino alla sua morte sotto le sue ali protettive e con lui tornerà spesso nella sua amata isola. Mi piace pensare insieme questo ‘’Arturo’’ passeggiare sulle spiagge di Procida con la Morante! Arturo rappresenta lo spirito libero ed innocente della fanciullezza ma ho provato tanta tristezza per questo mio coetaneo così solo, abbandonato ed amareggiato, cresciuto senza l’affetto, le carezze e gli abbracci protettivi di una madre o di un fratello. La mia considerazione più importante riguarda l’influenza sulla formazione di un ragazzo, del posto dove vive, dell’educazione che i genitori gli danno e delle persone che incontra: Arturo cresciuto con la presenza di madre affettuosa o in un altro luogo non sarebbe certo il ragazzo che conosciamo.
Arturo alla fine abbandona con grande dolore la sua madre-isola–protettiva che in un certo qual modo l’ha tradito con il pensiero all’amato padre-suo primo amore: “Addio pà” (e lo fa come un bambino che commette una marachella coprendosi gli occhi con il braccio quasi come se fosse in castigo), “Elsa” invece è tornata lì per sempre: le sue ceneri sono sparse nel mare ‘’celeste’’ dell’isola.

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