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Leggere Lolita a Teheran è un memoir intenso e appassionato scritto da Azar Nafisi e pubblicato nel 2003. Attraverso le pagine, l’autrice racconta la sua esperienza di professoressa di letteratura inglese nell’Iran della Repubblica Islamica. Dopo aver lasciato l’università per i continui scontri con il regime, Nafisi decide di organizzare un corso privato e segreto nella sua casa di Teheran. Sette giovani studentesse accettano l’invito e, ogni giovedì mattina, si riuniscono per leggere e discutere grandi classici della letteratura occidentale.
Il libro è ambientato nell’Iran post-rivoluzione islamica del 1979. Dopo la caduta dello Scià, l’Ayatollah Khomeini instaura un regime teocratico che cambia radicalmente la società iraniana. Gli anni Ottanta e Novanta sono segnati dalla lunga e sanguinosa guerra con l’Iraq, dalla censura capillare e da un controllo stretto su ogni aspetto della vita quotidiana. In questo contesto, le donne diventano il simbolo più visibile della nuova moralità imposta. L’obbligo del velo, la segregazione tra i sessi e il divieto di comportamenti considerati «occidentali» trasformano la vita di tutti i giorni in un continuo esercizio di sorveglianza e autocensura.
Le leggi descritte nel libro invadono profondamente la vita delle persone. Dal 1981 diventa obbligatorio indossare il velo (hijab o chador) in tutti i luoghi pubblici, università comprese. Uomini e donne non parenti non possono stare insieme liberamente. La «polizia morale» controlla abbigliamento, gesti e persino le conversazioni. Libri, film e musica stranieri sono sottoposti a una rigida censura.
Tra le leggi che più colpiscono c’è soprattutto l’obbligo del velo. Non si tratta solo di un pezzo di stoffa: rappresenta la cancellazione dell’individualità femminile e il controllo totale del corpo delle donne da parte dello Stato. Altre norme che lasciano il segno sono quelle che rendono illegale ascoltare musica pop o leggere romanzi occidentali, rischiando espulsioni, interrogatori o punizioni peggiori.
Al centro del memoir c’è Azar Nafisi stessa, la professoressa che guida il gruppo con passione e determinazione. Le sette studentesse – Manna, Mahshid, Yassi, Azin, Mitra, Sanaz e Nassrin – rappresentano diverse sfaccettature della gioventù femminile iraniana di quegli anni. Manna è poetica e riservata, Mahshid sensibile e delicata, Yassi giovane e piena di spirito, Azin più audace e diretta. Mitra appare calma, Sanaz divisa tra desiderio di indipendenza e pressioni familiari, mentre Nassrin porta con sé un passato complesso e contraddittorio. Figure maschili come il marito Bijan, solido e tranquillo, e l’amico intellettuale soprannominato «il mago», saggio consigliere, completano il quadro senza rubare la scena alle donne.
Leggere Lolita a Teheran dimostra con forza che la letteratura può diventare uno strumento di libertà anche nei contesti più oppressivi. I libri non salvano solo le storie: salvano le persone, restituendo loro voce, sogni e dignità.
Consideriamo questo memoir uno dei testi più belli e necessari degli ultimi decenni. Ci ricorda che leggere non è mai un atto neutro: è una forma di resistenza pacifica ma potentissima. In un mondo in cui la libertà di pensiero è ancora minacciata in molti luoghi, il messaggio di Azar Nafisi resta attuale e urgente: aprire un libro può essere il primo passo per non arrendersi all’oppressione.