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Quando pensiamo a Leggere Lolita a Teheran, ci colpisce soprattutto il dolore silenzioso che attraversa le pagine: quello di chi è costretto ad abbandonare il proprio paese e, insieme ad esso, una parte di sé. Non è solo un trasferimento fisico, ma una separazione emotiva da tutto ciò che ci ha formati: le strade conosciute, i profumi familiari, le persone care. Nel libro, lasciare l’Iran non significa soltanto cambiare luogo, ma rinunciare a una quotidianità fatta di ricordi e abitudini, e questo rende il distacco ancora più difficile.
Crediamo che questo sentimento possa essere capito anche in situazioni meno estreme. Per esempio, quando si cambia casa e si lascia quella in cui si è cresciuti, si prova una sensazione simile, anche se meno lacerante. Ogni stanza conserva momenti importanti: le risate con la famiglia, le serate passate a studiare, le pareti che hanno visto le nostre paure e i nostri sogni. Abbandonare quel luogo può far nascere una nostalgia dolorosa, come se una parte della nostra storia rimanesse indietro.
Il dolore di lasciare ciò che amiamo nasce proprio dai legami che costruiamo nel tempo. Più qualcosa è importante per noi, più il distacco diventa difficile. Tuttavia, pensiamo che in questo dolore sia presente anche una certa forza: quella di portare con sé i ricordi e trasformarli in qualcosa che ci accompagni nel futuro. Come dimostrano le protagoniste del libro, anche quando si perde un luogo, non si perde del tutto la propria identità, perché ciò che abbiamo vissuto continua a vivere dentro di noi.