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Introduzione
Cosa succederebbe se scambiassimo di posto due vite nate a chilometri di distanza? In questo blog abbiamo provato a mettere davanti allo specchio l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di due donne: una cresciuta tra le valli del Veneto, l’altra tra i viali e le restrizioni di Teheran. Partendo dalle riflessioni nate dopo la lettura di Leggere Lolita a Teheran, abbiamo dato voce a Shirin e Giada. Le loro storie corrono parallele: mentre una impara a tuffarsi per sentirsi libera, l’altra impara che il suo corpo deve essere coperto per essere «responsabile». È un viaggio tra ciò che diamo per scontato e ciò che, altrove, è una conquista quotidiana.
L’infanzia a Teheran
Mi chiamo Shirin, e la mia infanzia a Teheran è stata incredibilmente felice. Fino ai sei anni, non c’era differenza tra me e mio fratello: giocavamo insieme, litigavamo per gli stessi giocattoli e il mio unico pensiero era non inciampare mentre rincorrevo i gatti in giardino. II mondo era un posto meraviglioso senza regole strane. Poi ho iniziato la scuola e ho dovuto indossare la mia prima divisa. Ricordo che il velo mi sembrava un gioco, qualcosa di nuovo e diverso, ma anche un po’ fastidioso quando correvo. Non capivo perché dovevo coprire i miei capelli quando ero fuori casa, ma era solo una delle tante regole che gli adulti mi imponevano, come finire i compiti o non mangiare troppi dolci. A nove anni, abbiamo celebrato la mia «entrata nel dovere» con una bellissima festa, piena di torte e regali. Tutti mi dicevano che ero diventata una ragazza responsabile, anche se io avrei preferito continuare a giocare a calcio con i miei cugini. A volte mi chiedevo perché loro potessero indossare magliette corte e io no, ma poi tornavo ad illudermi, convinta che da grande avrei potuto fare tutto quello che volevo.
L’infanzia in Italia
Mi chiamo Giada e ho 7 anni. Vivo a Mestre, vicino a Venezia. Nella mia famiglia siamo in cinque: mio fratello più grande, io, mia sorella più piccola, mamma e papà. Il pomeriggio la cosa che adoro di più è andare a giocare con gli altri bambini che vivono nella mia via: Andrea, Matilde, Luca ed Elisabetta. Con loro c’è sempre un gioco nuovo da inventare o un mondo da esplorare. Le mie passioni per ora sono tre: dipingere, viaggiare e fare sport, ma soprattutto il mio sport: tuffi. Quando dipingo mi sembra di poter creare tutto quello che voglio, anche cose che non esistono davvero. Viaggiare invece mi piace perché posso vedere posti nuovi. Anche quando andiamo solo un po’ lontano da casa, io guardo tutto dal finestrino e immagino cosa andranno a visitare. E poi ci sono i tuffi. Me ne sono innamorata guardando le Olimpiadi quando avevo solo 5 anni, e ora sono quasi due anni che due volte a settimana faccio questo sport. Ormai sono diventata brava e forse l’anno prossimo farò anche qualche gara, chissà magari vincerò anche una medaglia un giorno. Da grande non so ancora cosa voglio fare, cambio idea spesso. A volte voglio diventare una pittrice, altre una maestra, altre ancora una viaggiatrice che gira tutto il mondo. Però una cosa la so: voglio continuare a scoprire cose nuove e a giocare, perché quando gioco mi sento libera e felice.
L’adolescenza in Italia
Ciao, sono Giada, ora non ho più 7 anni, sono cresciuta e ne ho 16, wow dirlo ad alta voce fa davvero un effetto strano, comunque vi aggiorno un minimo sulla mia vita. Oggi Mestre, la mia città mi sembra molto più piccola, a dirla tutta inizia quasi a starmi stretta, sarà perché crescendo ho allargato i miei orizzonti e il mio sogno è quello di poter viaggiare, girare il mondo e scoprire nuove culture. Per quanto riguarda la mia famiglia, io e i miei genitori litighiamo sempre e sono quasi sempre fuori casa con i miei amici, ma questo va bene, mi dicono tutti che è solo l’età. Dipingere è rimasta la mia passione e ho deciso di trasformarla in qualcosa di reale, per questo mi sono iscritta al liceo artistico, tra quelle mura non imparo solo a dipingere, ma a scegliere quale impronta lasciare nel mondo. I tuffi non sono più solo un gioco pomeridiano, ma il mio baricentro. La piscina è il luogo dove la pressione dello studio mi abbandona e anche se per poco riesco a staccare la testa e ad abbandonare le tensioni. Insomma, la mia vita procede bene e posso affermare di aver imparato com’è essere un adolescente. Affronto le cose da sola ormai e i miei amici sono diventati fondamentali, ho anche un fidanzato! Nonostante tutto ho fatto delle scelte importanti e sono felice di avere il diritto di continuare a farne, non tutti possono.
L’adolescenza a Teheran
Sono cresciuta, e con me sono cresciuti anche i confini del mio mondo. Mi chiamo Shirin, e ora so dare un nome a quelle parole che da bambina sentivo appena: diritti, libertà, scelta. Ma sapere non significa poter agire. A scuola, l’hijab non è più solo un’abitudine, è un simbolo che pesa. Controllo ogni ciocca di capelli prima di uscire di casa, consapevole degli sguardi e dei giudizi. Le mie giornate sono fatte di studio, ma anche di regole silenziose: come sedermi, come parlare, come ridere. I miei compagni maschi sembrano muoversi in un mondo parallelo, con meno limiti e più spazio per sbagliare. Con le mie amiche sogniamo a bassa voce. Parliamo di università, di viaggi, di amori che spesso devono restare nascosti. Internet diventa una finestra su un altrove lontano, dove le ragazze della mia età vivono con una leggerezza che mi sembra quasi irreale. Io invece imparo a negoziare ogni piccolo gesto di libertà, a costruire me stessa tra ciò che sono e ciò che mi è permesso essere.
Donna italiana
Mi chiamo Giada, ho 40 anni e fin da piccola ho sempre saputo che avrei lavorato con l’arte. Dopo le superiori mi sono iscritta a Beni Culturali e sono diventata una critica d’arte. È un lavoro bellissimo che mi ha permesso di viaggiare tantissimo in tutto il mondo, dandomi la possibilità di realizzare i miei sogni e di aprire la mia mente. Durante i miei viaggi mi sono innamorata di New York e ho deciso di trasferirmi lì. Adesso lavoro a Manhattan per una casa d’aste molto importante. In questa città ho conosciuto anche mio marito Henry e insieme abbiamo avuto due figli. Un tempo la mia grande passione erano i tuffi, ma purtroppo ho dovuto smettere con lo sport agonistico; però quella grinta mi è rimasta dentro per affrontare le sfide di ogni giorno. Oggi il mio obiettivo è educare i miei figli lasciandoli liberi di esprimersi. Ci tengo molto che trovino il loro talento naturale, proprio come è successo a me quando ho deciso di seguire la mia passione per l’arte. Penso che la cosa più importante nella vita sia essere determinati e lottare per quello che ci piace davvero fare.
Donna iraniana
Mi chiamo Shirin e oggi la mia vita è composta di scelte consapevoli, ma non per questo motivo sono più facili. Quando ripenso a quando correvo in giardino a Teheran spensierata, mi sembra di essere un’altra persona oggi; infatti crescendo ho capito che il mondo non è fatto solo di meraviglia, ma anche di limiti.
Ora che sono adulta, i concetti di autonomia, libertà e diritti non sono più così lontani e fanno parte del mio modo di vedere il mondo. Ogni giorno sono costretta ad affrontare dei confini che possono sembrare invisibili. Il velo, che quando ero piccola lo guardavo con occhi diversi, come se fosse un gioco, invece ora è una scelta complessa con molti significati personali e sociali, infatti certe volte lo indosso come se fosse un peso e invece delle altre lo porto con consapevolezza.
Sono una donna sposata e ho due figli, un maschio e una femmina, e quando li osservo giocare, mi rivedo in loro: quel modo di vivere senza ancora capirne i confini. Il rapporto con mio marito è composto da affetto ma anche di equilibri delicati, infatti non vediamo le cose nella stessa maniera, soprattutto quando riguarda di ciò che desidero per me stessa o per il mio futuro, ma troviamo sempre la maniera di confrontarci.
Nella mia vita quotidiana il lavoro, la responsabilità e alcune decisioni regolano la mia indipendenza. Ogni giorno cerco di costruirmi degli obiettivi, anche se ad ogni passo devo valutare cosa posso fare, cosa mi è permesso e cosa sono disposta a rischiare per rimanere fedele a me stessa.
Conclusione
Arrivati alla fine di questo confronto, ci resta una domanda: quanto spazio ha la libertà nel cuore di una ragazza? Guardando Giada e Shirin, abbiamo capito che essere bambine è uguale ovunque, ma poi crescere divide tutto in due.
In Italia, crescere significa raggiungere sogni: Giada ha preso la passione che aveva in piscina e l’ha portata fino a New York, riuscendo a diventare chi voleva e insegnando ai suoi figli a fare lo stesso. In Iran, invece, crescere sembra quasi una battaglia per non perdere se stesse. Shirin oggi vive una quotidianità fatta di scelte consapevoli e pesanti: deve gestire equilibri delicati in famiglia e decidere ogni giorno come indossare il proprio velo, valutando a ogni passo cosa le è permesso e cosa è disposta a rischiare per restare fedele a ciò che è.
Non importa se vivi in un grattacielo a New York o in una casa a Teheran: quello che senti dentro quando guardi i tuoi figli o sogni il futuro è identico. Entrambe queste donne, quando guardano i figli giocare, sperano la stessa cosa: che possano vivere in un mondo senza confini assurdi, conservando quella spensieratezza che loro stesse avevano da piccole. Giada e Shirin, pur in mondi opposti, lottano per la stessa identica cosa. Il nostro blog finisce qui, ma la riflessione non si chiude. Perché la voglia di essere se stesse, alla fine, è l’unico riflesso che ci rende tutte uguali, ovunque siamo.