Gli Antropologi (Feltrinelli, 2026) di Ayşegül Savaş è un trattato teorico sul trovarsi sradicati dai propri luoghi d’origine. Sullo sfondo di una grande metropoli, l’autrice esplora come una coppia affronta l’attraversamento di una linea d’ombra dell’esistenza umana, quella tra un’età in cui la vita sembra essere un orizzonte di infinite possibilità e una in cui si è chiamati a diventare adulti, prendendo decisioni stringenti. Asya e Manu si incontrano in un mondo a loro estraneo: sono entrambi studenti stranieri che hanno vinto una borsa di studio, che si innamorano e decidono di cercare la loro prima casa. La scelta di non specificare i luoghi del racconto è giustificata dalla volontà dell’autrice di craere una dimensione in cui tutti gli espatriati si possano riconoscere, senza vincoli spazio-temporali.
La narrazione proposta dalla scrittrice si incentra sulla descrizione pittoresca di scene di vita quotidiana, e procede con movimenti millimetrici, senza colpi di scena che stravolgono la trama. La piacevolezza della lettura è sostenuta da un linguaggio intimo e da una struttura analitica complessa: il testo è suddiviso in brevi capitoli i quali sottendono a uno studio antropologico della vita della coppia. Anche se i due fidanzati non riescono a riconoscersi negli standard culturali di questa nuova realtà, creano comunque attorno a loro una propria cultura originale.
Savaş conclude la presentazione del proprio romanzo esponendo il frutto di questa indagine antropologica, sviluppata sulla meraviglia della semplicità: “anche se non si hanno radici culturali, si è radicati nella propria stessa esistenza”, ad esempio imbevendo la vita di tutti i giorni di rituali che assumono un valore simbolico, come la religiosità del caffé mattutino, della passeggiata al parco o della propria canzone preferita.