17-18 aprile 2021, Cronache, Internazionale a Ferrara tutto l'anno

La Jihad attraverso i social media


Giulia Zanetti, Cristian Piazza - Liceo Grigoletti, Pordenone


“Il ruolo dei social media nella Jihad”

Lo Stato Islamico è stato molto discusso dai media negli ultimi tempi, infatti se ne inizia a parlare dal 2013, anno in cui è nato fino alla sua caduta che è avvenuta un quinquennio dopo, nel 2017. Attualmente, le notizie rispetto a questa organizzazione sono diventate molto sporadiche e meno discusse dai media; tuttavia l’organizzazione non è scomparsa, si è solo dispersa. A testimonianza di questo possiamo citare numerosi esempi: il più recente è l’intervento delle forze armate in un campo nel nord della Siria che era precedentemente controllato dall’Isis, oppure l’occupazione jihadista di circa tre quinti dello stato del Mozambico.

In sintesi, è questo l’argomento trattato nella conferenza “Dov’è finito lo Stato Islamico?”, organizzata dal festival Internazionale di Ferrara. A introdurci il tema è Catherine Cornet, giornalista francese specializzata in cultura e politica del Medio Oriente, che apre il dibattito domandando al sociologo iraniano Farhad Khosrokhavar come sia nata l’organizzazione Daesh. Con essa ci riferiamo alla sigla “Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham”, cioè Stato islamico dell’Iraq e del Levante

Anche se la datazione ufficiale dello Stato Islamico è il 29 giugno 2014, le radici dell’organizzazione risalgono al 1999 quando si registra un proliferare di attività jihadiste che, successivamente, si sono ampliate quando gli USA, come prima cosa, hanno invaso l’Iraq e poi hanno arrestato molti personaggi che, in seguito alla loro incarcerazione in suolo americano, avrebbero fondato le radici dello Stato Islamico. Un altro evento che ha contribuito alla fondazione dello Stato Islamico risale al 2011, quando avvennero le cosiddette “Primavere arabe”: queste proteste non violente sono state cruciali perché riuscirono a far cadere due dittature, ovvero quella egiziana e quella turca. Dopo il successo di tali rivolte, in molti si allontanarono dal più radicale Jihadismo, sottovalutando la reazione del governo siriano che, da lì a poco, soppresse ferocemente le proposte. I protestanti cambiarono velocemente la loro strategia e posizione, cosicché i movimenti mutarono a loro volta, fino a diventare sempre più estremisti.

Quando inizia ad emergere questo fenomeno, sembra non toccare particolarmente l’Europa ma che si focalizzi solamente nel Medio Oriente. Tuttavia, i messaggi del nuovo califfato sono stati diffusi anche nel vecchio Continente e sono stati migliaia i giovani che hanno “sposato” questi ideali.

Secondo delle stime, sono circa 7mila i ragazzi che sono stati fermati dalle autorità militari, ma molti sono riusciti ad eluderle e arrivare nei territori dello Stato Islamico.

Ma come mai molti giovani europei si sono dimostrati così tanto attratti dallo Stato Islamico, nonostante non avessero nulla in comune con questo? 

A spiegarci il fenomeno è Marta Serafini, giornalista del “Corriere della sera”, che sottolinea come i media siano stati cruciali per la promozione del Daesh: infatti i messaggi diffusi erano accattivanti, brevi e tradotti in più lingue, così da potersi diffondere più facilmente e raggiungere un pubblico maggiore. Questi messaggi erano limitati dai governi europei che, invano, hanno cercato di togliergli dalla maggior parte dei media dei vari Paesi dell’Unione. 

Tuttavia, l’influenza del califfato è stato diverso da nazione a nazione: in alcuni stati, come in Francia o in Germania, si sono registrati molti più casi di affiliazione allo Stato Islamico rispetto ad altri Stati come l’Italia. A causa di questa variazione ci sono vari fattori che ne hanno contribuito, tra cui la corposa presenza delle minoranze medio-orientali nei territori francesi e tedeschi. Ad essere reclutati non ci furono solo uomini, ma anche donne: esse costituivano circa il 17% del totale dei cittadini europei che sono partiti per il Medio Oriente. Molte di loro sono state protagoniste di casi molto discussi dalla stampa, basti nominare Maria Giulia Sergio. L’attenzione dei media verso queste figure è dovuto soprattutto alle motivazioni di una scelta così radicale che spinge queste ragazze ad abbandonare la loro vita in Europa per vivere in inferiorità. Dietro a questo c’è  il desiderio di formare una famiglia stabile, l’illusione di una ricchezza e la voglia di essere le mogli di fantomatici eroi jihadisti: però sono poche, invece, quelle donne che partono per combattere sul campo. Non vanno dimenticate, inoltre, coloro che commettono dei crimini una volta entrate a far parte dello Stato Islamico, come la gestione del commercio di schiavi.

A questo punto ci chiediamo con quali metodi si sarebbe potuto arginare il problema e se i media si siano comportati adeguatamente. Ad analizzare la vicenda è la Serafini, che ci ricorda come spesso gli avvenimenti siano stati affrontati in maniera superficiale e le piattaforme multimediali si siano, involontariamente, trasformate in casse di risonanza per i messaggi del Daesh. Tuttavia, molte persone si sono mobilitate per approfondire i fatti, anche andando in prima linea a parlare con i civili, intervistando i reclutanti dello Stato Islamico e le loro famiglie.

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