Perché scrivere l’ennesimo libro sulla guerra nel 2026? Ce l’ha raccontato Paolo Giordano presentando il suo nuovo progetto Da vicino. Raccontare la guerra oggi, un’antologia nata per fare chiarezza sulle attuali situazioni di guerra. Il suo scopo è contrastare la disinformazione, generata dal mondo televisivo. A suo avviso, nei talk show la guerra viene raccontata come lontana, non permettendo al pubblico di empatizzare con le vittime e comprendere la gravità della situazione. Per fare ciò, Giordano si è servito della collaborazione di cronisti esperti quali Daniele Raineri, Nello Scavo, Annalisa Camilli, Margherita Stancati, Lorenzo Tondo e Cecilia Sala che, grazie alla loro esperienza in prima persona, riportano ad una dimensione più concreta delle guerre che sembrano puramente astratte.
Il primo a prendere la parola è Daniele Raineri, autore del capitolo Nel buio può succedere di tutto che, attraverso il racconto del massacro nel carcere di Sednaya in Siria, porta alla luce il ricordo dei 90 mila civili che lì sono stati impiccati. Dalla sua testimonianza emergono lo sconforto e il senso di impotenza di fronte all’indifferenza delle persone, che non vengono smosse neppure dalle immagini più cruente.
A puntare il focus sulla crescente carenza di giornalisti di guerra è invece Annalisa Camilli, che ne individua le cause nella criminalizzazione della stampa e nella cancellazione di testimoni diretti. A creare questa situazione sicuramente contribuisce il difficile rapporto tra potere e giornalismo; un esempio è la revoca dei visti giornalistici da parte di alcuni Stati, come Russia e Tunisia.
“Se cerchi le connessioni trovi le persone”. Queste sono le parole con cui Giordano introduce il capitolo “Non cercate eroi ma particolari”, a cura del giornalista Nello Scavo, che chiarisce l’importanza che deve essere attribuita ai particolari: spesso si tende a percepire le vittime come un’unica massa disumanizzata, quando invece l’individualità dei singoli può contribuire alla reale narrazione del conflitto.
A trattare il tema della disinformazione in modo più approfondito è Lorenzo Tondo: l’inviato di The Guardian esprime la frustrazione dovuta alla negazione dei massacri a cui ha assistito in prima persona. Le immagini rievocate sono così forti da fargli rivivere sempre “l’odore acre dei cadaveri seppelliti nella terra umida di Buča”. Dopo questo struggente ricordo, muove una severa critica ai programmi di informazione italiani: è ingiusto dedicare lo stesso spazio all’informazione e alla mera propaganda. Cosa possiamo fare per contrastare quest’ultima? La chiave sta nel verificare sempre ciò che sentiamo e, per usare la sua metafora, “se una persona dice che piove e un’altra dice che c’è il sole, sta a noi aprire quella dannata porta per vederlo con i nostri occhi”.
Data l’assenza di Margherita Stancati, viene anticipato l’intervento conclusivo di Cecilia Sala, autrice del capitolo Una competizione tra massacrati per il nostro sguardo. La nota giornalista ribadisce il potere del giornalismo, dimostrato sia dall’attenzione ricevuta dalle autorità, che tentano di tenere l’informazione sotto il loro controllo, sia dal tentativo delle vittime di suscitarne l’interesse per cercare l’aiuto delle persone che vivono in una situazione privilegiata.
Ciò che emerge dalle testimonianze raccolte da Giordano, capace di coniugare aspetti tanto diversi del giornalismo in un insieme organico, è che il nostro sguardo non è affatto irrilevante perché può realmente cambiare la percezione di una guerra e di conseguenza creare un’opinione pubblica più consapevole.