17-18 aprile 2021, Cronache, Internazionale a Ferrara tutto l'anno

Daesh e donne: un sogno irraggiungibile


Chiara Rodella, Elide Santangelo - Liceo Alfieri, Torino


“Che fine ha fatto lo stato islamico?” 

Questa la domanda che anima l’evento del 18 aprile, tenutosi per il Festival di Internazionale a Ferrara. I relatori, la giornalista del «Corriere della Sera» Marta Serafini e il sociologo Farhad Khosrokhavar, hanno discusso dell’impatto che lo stato di Daesh ha avuto nel mondo e le conseguenze di questa esperienza ancora ravvisabili nella nostra società. 

Khosrokhavar individua le basi della fondazione di Daesh nell’occupazione americana dell’Iraq del 2003, in seguito alla quale il futuro califfo al-Baghdadi fu imprigionato nel carcere di Abu Ghraib: proprio in questo luogo si costituirà la sua élite politica di matrice terroristica. In seguito allo scoppio delle Primavere Arabe, i gruppi più estremisti attraversarono una crisi della lotta armata, visto il carattere pacifico e democratico delle manifestazioni e delle rivendicazioni. Ma il disegno della Siria di Assad, di scarcerare al-Baghdadi e i suoi seguaci, perché mettessero in atto il loro progetto terroristico in una parte del paese, al confine con l’Iraq, che servisse da alibi per la repressione del dissenso pacifico, portò il 29 giugno 2014 alla proclamazione dello Stato Islamico (Daesh).

Come puntualizza Marta Serafini, la morte di Al-Baghdadi nel 2019 non è stata la morte di Daesh: esso, infatti, è stato capace fin da subito di un «salto di qualità nell’utilizzo della comunicazione», che gli ha permesso un’azione di proselitismo sui social media, mirata al reclutamento di foreign fighters. Si stima, infatti, che circa 35 000 giovani islamici e europei siano stati arruolati per combattere in nome del jihad

Sorprendente è la partecipazione delle donne: pur ricevendo un trattamento iniquo, discriminatorio e violento rispetto agli uomini, rappresentano il 17% dell’Isis. Molti sono stati i casi mediatici di donne europee convertite all’Islam e che hanno deliberatamente scelto di affiliarsi all’Isis, il più celebre dei quali è quello di Maria Giulia Sergio, la prima jihadista italiana. La sua storia, raccontata nel libro di Marta Serafini Maria Giulia che divenne Fatima, parte con il suo reclutamento via Skype, seguito dalla conversione all’Islam dei genitori e il matrimonio con un uomo albanese per poter arrivare in Siria. Ad oggi Maria Giulia Sergio è ricercata ed è stata condannata in contumacia a nove anni di carcere, ma la giornalista ammette di non aver ancora compreso le ragioni profonde della sua scelta

La sua storia esemplifica la storia di quel 17% di donne che, come spiega Khosrokhavar, si affilia all’Isis con un duplice obiettivo: o combattere loro stesse in nome del jihad, o diventare mogli di combattenti e creare la «famiglia neo musulmana» promossa dalla propaganda. Questo ultimo gruppo è il più consistente ed è vittima della cosiddetta «paura dell’indistinto», cioè del timore che la distinzione fra uomini e donne sia distrutta dalla parità di genere promossa dal femminismo, che «ai loro occhi ha reso l’istituzione della famiglia instabile». Le donne sono attratte a Daesh da un’ «immagine di abbondanza», un sogno di vita esaltante che promuove il culto della virilità, considerato ormai tramontato nella società europea. Questa immagine edulcorata non si realizza e la maggior parte delle donne capisce di essere intrappolata in questa realtà, invece alcune di loro radicalizzano tanto il proprio pensiero da diventare loro stesse delle criminali. È importante ricordare, infatti, che i traffici di schiave in Medio Oriente sono gestiti principalmente da donne perché la loro influenza viene sottovalutata dalle autorità. 

Perché queste realtà possano realmente avere fine, è necessaria una deradicalizzazione che, secondo Khosrokhavar, è resa efficace dal modello danese, definito soft, che prevede una reintegrazione dei giovani nella società. La cieca repressione del modello hard, inglese, francese e tedesco è meno efficiente secondo il sociologo, che pur non invalida il trauma degli attentati terroristici.

Soltanto la prevenzione e la logica di deradicalizzazione permetteranno che una realtà simile a quella dello stato islamico di Daesh non si verifichi più. 

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