16 ottobre 2021, Cronache

Abi Darè: la dura realtà dello sfruttamento minorile


Gabriele Ziino, Liceo Alfieri


“Togliere la scuola a un bambino vuol dire non dargli l’opportunità di imparare a pensare da solo”, così Abi spiega l’importanza dell’istruzione.

Abi Darè, nata a Lagos, capitale della Nigeria, è una scrittrice laureatasi in Legge e attualmente residente nell’Essex, in Inghilterra, da ormai diciotto anni. 

In occasione della pubblicazione del suo ultimo romanzo La ladra di parole edito da Nord, è stata ospite nell’Arena Piemonte del Salone Internazionale del Libro di Torino ed intervistata da Giulia Perona.

Traendo spunto dal tema principale della sua opera, ovvero lo sfruttamento minorile, Abi ha raccontato la situazione di migliaia di bambine e bambini nigeriani che ogni giorno sono vittima di questo abominio.  

“Le bambine iniziano a lavorare come domestiche dai sei anni fino a quando non diventano donne e non possono andare a scuola“ 

L’autrice ha spiegato che nel suo Paese natale il lavoro minorile è molto diffuso: a diventare domestiche sono più le bambine che i bambini, le quali si trovano a dover pulire e cucinare dall’ alba fino al tramonto e oltre. 

Dovendo lavorare, queste non hanno la possibilità di andare a scuola e di conseguenza rimangono analfabete e sono obbligate a parlare la  lingua inglese in una maniera scorretta e sgrammaticata: riguardo ciò, una scelta interessante dell’autrice è stata quella di scrivere il romanzo non nell’inglese britannico, bensì in broken english, ovvero la lingua inglese parlata in Africa che varia a causa della commistione con altre lingue autoctone. L’autrice spiega che questa sua scelta è stata voluta per rendere la lingua del personaggio protagonista del libro più autentica e verosimile a quella di una bambina nigeriana costretta a dover fare la domestica.

Il lavoro e lo sfruttamento minorile sono un problema diffuso ancora in molte parti del mondo e devono essere combattuti per garantire ai bambini un’istruzione che permetta loro di trovare un lavoro e di vivere una vita degna di essere chiamata così. 

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