Il protagonista di questa mattinata dorata è stato Peter Cameron, autore statunitense di romanzi di grande successo, editi in Italia da Adelphi, tra cui Quella sera dorata (2002), Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007) e Cose che succedono la notte (2020).
Si sa, anche gli scrittori più creativi raccontano spesso la stessa storia da prospettive diverse. In Cameron si trovano molti archetipi ricorrenti, e dopo averli scovati nei suoi libri i ragazzi e le ragazze del gruppo di lettura del Bookstock si sono divertiti a raffigurarli in dei tarocchi. Durante l’intervista, è avvenuta una vera e propria lettura personalizzata. La prima carta pescata dal mazzo è quella dell’outsider, colui che vive distaccato dalla società, che non può o non vuole farne parte. Questa solitudine, cercata o sofferta, è un elemento centrale nelle narrazioni di Peter Cameron. D’altronde, sono proprio i personaggi più tormentati ad essere quelli più interessanti per l’autore, che dichiara di prendersene cura tra le pagine dei suoi romanzi. La seconda carta estratta ha riguardato gli star-crossed lovers, tutte quelle persone sfortunate in amore, che per quanto si impegnino vedono i loro tentativi cadere nel vuoto. Si ritrovano in Un giorno questo dolore ti sarà utile, in Cose che succedono la notte, in Quella sera dorata e in tanti altri libri dello scrittore. La penultima carta, invece, ha riguardato i phantom parents, ovvero i genitori che rivolgono un’attenzione distratta ai propri figli; in generale, gli adulti assenti sia fisicamente che emotivamente dalle vite di coloro di cui dovrebbero prendersi cura. Cameron, però, non è stato troppo duro con loro. Secondo il suo parere agiscono involontariamente, sono vittime di fraintendimenti, e si comportano così senza accorgersi delle conseguenze. Alla fine, dopo tutte queste tempeste, ecco che arriva l’ancora di salvataggio: the lifeline. L’ultima carta, infatti, rappresenta quella persona matura a cui aggrapparsi anche nei momenti peggiori. Come la nonna di James in Un giorno questo dolore ti sarà utile, l’unica con cui il protagonista riesce ad essere veramente sé stesso. Ma Peter Cameron invece dove trova rifugio nel momento del bisogno? La risposta è scontata, nei libri: «Mi sono sentito sostenuto e compreso dai libri, lì ho pensato di non essere più solo. Dai libri capisci che quello che stai provando tu lo hanno provato altre persone prima di te e ne hanno scritto, e ti rifugi in quelle parole.» Un autore in particolare a cui si sente affine è Denton Welch, che scrive di dolore, fisico e spirituale, in maniera naturale e onesta: «I suoi libri sono generosi e sentiti, toccano qualcosa di profondo dentro di me.»
Ma in realtà questi arcani non hanno nulla di magico: raccontano scene di vita quotidiana in cui tutti possono riconoscersi. Allora la domanda è stata inevitabile: quando un fatto normale diventa degno di essere trasformato in racconto? Per Cameron la differenza la fanno i dettagli, che rendono la storia reale. E per trovarli non serve altro che trarre ispirazione da ciò che accade intorno, avendo fiducia del fatto che a un certo punto arriverà l’idea giusta per un libro. Il luogo per eccellenza in cui la quotidianità prende forma è proprio la casa. Secondo Cameron, non è il fattore geografico, il contesto o la cultura che si allinea al nostro sentire a definire un luogo fisso che si possa chiamare casa. Infatti, racconta di aver considerato New York il suo luogo d’appartenenza per molti anni, convinto di restare sempre lì. Ma crescendo si cambia, e anche lui ad oggi dice di aver trovato il suo equilibrio in campagna, lontano dalle atmosfere caotiche della grande città.
Se i dettagli fanno la differenza, le parole ancor di più. La lingua, per Peter Cameron, assume un’importanza fondamentale. La traduzione infatti lo affascina, perché considera un mistero il modo in cui riesca ad arrivare anche a coloro che non lo leggono in lingua originale. Si tratta ovviamente di un’approssimazione: bisogna lasciar andare il proprio libro e fidarsi di chi lo prende in carico. Giuseppina Oneto, la sua traduttrice italiana, svolge un ottimo lavoro. Cameron afferma: «mi conosce bene, ed è in grado di fare una traduzione non solo letterale, ma tenendo conto anche dell’autore. Emerge tutta la sua sensibilità dal testo.» Certamente, però, c’è più fedeltà rispetto alle trasposizioni cinematografiche. Secondo lo scrittore statunitense, infatti, non bisogna avere aspettative: «Mi sono reso conto che si prende l’impalcatura di un libro per creare un progetto artistico a sé stante. Cose che succedono la notte, ad esempio, lo stanno girando a Praga, anche se io avevo in mente un altro scenario. Non si può rendere tutto perfettamente autentico, nel libro ovviamente ho molta più libertà di immaginazione».
E dopo aver giocato con i tarocchi e con i personaggi dei suoi libri, l’intervista si chiude con un’altra nota di magia: una profezia. Cosa vede Peter Cameron nel suo futuro? Magari altri libri? Effettivamente sì, ha rivelato che, dopo molti anni, è tornato a lavorare ad un nuovo libro. In molti gli hanno chiesto un sequel di Un giorno questo dolore ti sarà utile, ma dopo aver concluso una storia per lui non c’è modo di tornarci su. Però, si possono scovare delle somiglianze tra il romanzo che lo ha reso celebre e ciò che sta scrivendo adesso: il protagonista è un ragazzino di otto anni in una Londra degli anni Sessanta. «Non so dove andrà a finire la storia ma mi sta piacendo tornare a scrivere in prima persona nei panni di un giovane protagonista».