Se fossimo nati ottant’anni fa, avremmo avuto il coraggio di scegliere? Di disobbedire? Di opporci?
È una domanda a cui oggi è facile rispondere, seduti nella sicurezza di una democrazia, ma sarebbe stato molto più difficile farlo mentre la guerra entrava nelle case e il conformismo diventava sopravvivenza. Oggi, 17 maggio 2026, è partito da qui l’incontro con Michela Ponzani, nota storica e scrittrice, in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro “Giovani, Liberi, Partigiani” (De Agostini, 2026), inteso come il compimento di un viaggio, che racconta la Resistenza tramite storie personali, con gli obiettivi di sensibilizzare ed avvicinare i giovani alla lotta partigiana, mostrare il peso delle scelte individuali, e stimolare la riflessione sulla responsabilità civile oggi.
Durante l’incontro, tra i numerosi temi affrontati dall’autrice, quello che è emerso con più forza è stata la Resistenza partigiana delle donne. La Ponzani infatti ci fa riflettere su come le partigiane abbiano messo in atto due Resistenze, la prima, verso il regime fascista, la seconda, per l’emancipazione femminile. A prova della sua tesi, la storica, ha raccontato la storia di una partigiana a lei cara: Teresa Mattei. Teresa nasce il 1 febbraio del 1921 a Genova e sin da piccola suo padre, Ugo Mattei, le aveva sempre trasmesso gli ideali della resistenza.
“Io esco, perché non posso assistere a queste vergogne!”.
Esclamando questa frase la ragazza si ribellò per la prima volta a soli diciassette anni, dopo aver assistito ad una lezione del suo docente di scienze riguardo alla “salute della razza”. A dare a Teresa una spinta maggiore, che la porterà in seguito ad allearsi con i GAP (Gruppi d’Azione Patriottica), è stato il suicidio del fratello Gianfranco Mattei, chimico geniale e assistente del futuro premio Nobel Giulio Natta, dopo 4 giorni di tortura chimica da parte dei poliziotti nazi-fascisti con l’obiettivo di farlo confessare. Nonostante ciò, senza scoraggiarsi, Teresa lotterà per la liberazione e nel 1946 diventerà madre costituente.
Un’altra storia raccontata dalla Ponzani è quella di Rosario Bentivegna, conosciuto personalmente dalla storica quando aveva appena vent’anni. Il loro primo incontro fu segnato da accesi scontri: la scrittrice lo accusava di aver trasformato la Resistenza in qualcosa di distante dai giovani, quasi irraggiungibile. Eppure, proprio la vicenda di Bentivegna dimostra il contrario. Infatti, prima di diventare uno dei simboli della lotta partigiana, era ciò che lui stesso definiva un “fascista perfetto”. La svolta è arrivata durante una conversazione con un compagno di liceo, Luciano: alla sua domanda: “Sei fascista?”, Rosario rispose senza esitazione: “Certo, che altro dovrei essere? Mussolini ha sempre ragione”. In quel momento, per la prima volta, nacque in lui il dubbio. Un dubbio destinato a trasformarsi in consapevolezza e, infine, in scelta; perché, come emerso più volte nel corso dell’incontro, la Resistenza spesso non nasce da certezze assolute, ma dalla capacità di mettere in discussione ciò che sembra normale.
Un altro tema emerso con particolare forza durante l’incontro riguarda la fragilità della democrazia contemporanea, descritta dalla storica come una “costruzione tutt’altro che solida, ma piuttosto appesa a un filo”. Secondo la Ponzani, infatti, anche all’interno delle democrazie continuano a sopravvivere idee e tentazioni autoritarie, una sorta di “veleno nero” che non appartiene solo al passato, ma che si insinua ancora oggi nei meccanismi della società. Il messaggio che emerge è che la democrazia non è qualcosa di acquisito una volta per tutte, ma un equilibrio fragile che va continuamente difeso attraverso la consapevolezza e la partecipazione attiva.
Un ulteriore passaggio dell’incontro ha spostato l’attenzione dal passato al presente, introducendo una riflessione sulla disobbedienza oggi e sul ruolo dei giovani nelle piazze. Secondo la Ponzani, scendere in piazza è a tutti gli effetti un atto politico, così come manifestare contro la guerra e i massacri rappresenta una forma concreta di partecipazione democratica. Restare passivi significa lasciare spazio all’indifferenza e rinunciare a una parte della propria responsabilità civile. La storica conclude con la frase:
“Portare il corpo in piazza è un atto politico.”
Le abbiamo posto una domanda riguardo al rapporto tra memoria storica e presente, e in particolare al tema dei possibili paragoni tra passato e attualità, chiedendole se i CPR (centri per il rimpatrio) possano essere paragonati ai campi di concentramento. La risposta è stata netta: no; si tratta di contesti storici profondamente diversi e non sovrapponibili. La storica ha invitato a non fermarsi a una lettura superficiale del confronto, sottolineando come il vero rischio non sia quello di ripetere il passato in modo identico, ma piuttosto quello di lasciare riemergere alcune logiche e idee. In particolare, quelle che riguardano la creazione di gerarchie tra esseri umani, l’esclusione, la deportazione e la progressiva normalizzazione della violenza.
In conclusione, l’incontro con Michela Ponzani ha restituito l’immagine di una storia che non è mai davvero lontana, ma che continua a parlare al presente attraverso le scelte, i conflitti e le responsabilità individuali e collettive. Dalle storie della Resistenza alle riflessioni sulla democrazia odierna, emerge un filo comune: la libertà non è mai qualcosa di scontato, ma il risultato di decisioni spesso difficili, prese anche in momenti di grande incertezza.