La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme.
Lo sport è entrato nella Costituzione solo nel 2023 nell’art.33, ma fino a due anni fa non era menzionato nella nostra carta costituzionale, perché?
Hanno provato a rispondere a questa domanda Flavio D’Ambrosi, Primo Dirigente della Polizia di Stato e Presidente della Federazione Pugilistica Italiana, e Valentina Vezzali, politica ed ex schermitrice.
Il motivo individuato è che, molto probabilmente, i padri costituenti nutrivano una sorta di diffidenza nei confronti dello sport, dato che durante il ventennio fascista la cosiddetta ginnastica veniva utilizzata come strumento di propaganda politica.
Durante il dibattito è emerso la problematicità dell’inserimento dello sport nella Costituzione. Prima di essere incluso nell’articolo 33, che riconosce allo sport un valore educativo e sociale, si era ipotizzato di inserirlo nell’articolo 32, che tutela il diritto alla salute e nell’articolo 34, che garantisce il diritto all’istruzione. In passato si era discusso anche sull’ipotesi di un possibile inserimento nell’articolo 9, ma lo sport pareva allora ancora troppo lontano da essere assimilato al termine cultura che l’articolo promuove.
Il fatto che il diritto allo sport sia stato riconosciuto solo recentemente, fa sì che non sia ancora pienamente realizzato nella pratica quotidiana. L’obiettivo resta quello di rendere questo diritto concreto, accessibile e gratuito a tutti, ma soprattutto ai giovani.
Un altro importante aspetto affrontato nell’incontro riguarda il rapporto tra scuola e sport: in Italia esistono percorsi per studenti-atleti (PFP), ma la loro applicazione dipende dalle singole scuole oppure è condizionata dalla sensibilità degli insegnanti, che talvolta hanno ancora pregiudizi verso chi pratica sport a livello agonistico e questo crea difficoltà nella gestione del tempo tra studio, allenamenti e gare.
Parallelamente sono stati evidenziati anche i problemi strutturali dello sport in Italia: circa il 50% delle scuole non dispone di una palestra, con una situazione ancora più critica nel Sud. Il 70% degli impianti sportivi è pubblico e circa il 60% vengono definiti “cattedrali nel deserto”, cioè strutture inutilizzate, nonostante sul territorio siano comunque presenti circa 120.000 realtà associative sportive.
Dal punto di vista economico e sociale, lo sport rappresenta circa l’1,5% del PIL e coinvolge circa 600.000 lavoratori. Tuttavia il suo valore non è solo economico, ma anche educativo, sociale e sanitario, perché favorisce la socializzazione, il benessere psicologico e la prevenzione delle malattie. È stato sottolineato anche come lo sport possa generare risparmio per lo Stato: per ogni euro investito nello sport, si possono risparmiare più euro in ambito sanitario in termini di prevenzione.
Durante l’incontro, Valentina Vezzali ha raccontato la sua esperienza personale, iniziata a 6 anni con la scherma. La sua prima gara importante è arrivata a 16 anni a Torino, quando ottenne un primo grande risultato tra le prime otto. Negli anni ’80 lo sport era poco considerato nella scuola e praticato da poche persone, mentre la sua famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nel sostenerla, vedendo lo sport come uno spazio sano di crescita.
La sua carriera sportiva è durata circa 36 anni, durante i quali ha partecipato a 5 Olimpiadi. Vezzali ha raccontato come lo sport le abbia dato molto e come, nel suo percorso, abbia sempre sentito il bisogno di restituire qualcosa al mondo sportivo. Ha inoltre evidenziato come lo sport fosse spesso vissuto dagli italiani “dal divano”, ma come negli ultimi anni si stia cercando di valorizzarlo sempre di più anche a livello istituzionale.
Vezzali ha anche sottolineato come lo sport le abbia permesso di superare i propri limiti, anche dopo un grave infortunio al ginocchio, dal quale è riuscita a tornare a vincere titoli mondiali. Ha inoltre affrontato il tema del ruolo delle donne nello sport, sottolineando le difficoltà ma anche i grandi progressi degli ultimi anni, soprattutto nel rapporto tra maternità e carriera sportiva. A tal proposito ha citato una riflessione significativa: “Nella vita si può vincere o perdere, ma l’importante è non smettere di combattere per quello in cui crediamo.”
Flavio D’Ambrosi ha invece approfondito il tema della cultura sportiva in Italia, sottolineando come il Paese sia ancora fortemente legato al calcio, mentre negli ultimi anni si sta cercando di valorizzare anche altre discipline sportive. La cultura sportiva è stata definita come comprensione e apertura verso tutte le discipline, non solo quelle più popolari. Ha inoltre citato un’iniziativa editoriale in cui vengono raccontati atleti di circa 28 discipline diverse, escludendo volutamente il calcio, per dare visibilità a sport meno conosciuti.
Una delle riflessioni più importanti riguarda il valore educativo dello sport: attraverso lo sport si impara il rispetto dell’altro, si comprende che l’avversario non è un nemico e si sviluppa la resilienza, cioè la capacità di rialzarsi dopo una sconfitta.
Infine, lo sport genera anche un forte senso di appartenenza e identità collettiva, contribuendo alla costruzione di una comunità più unita e consapevole.