Nel primo pomeriggio soleggiato del salone del libro di quest’anno, in un incontro denso e attraversato da silenzi accorti, Francesca Mannocchi dialogando con Francesco Costa ha portato una riflessione, a partire dal suo nuovo libro “Crescere la guerra” pubblicato con Einaudi nel 2026, che scardina le abitudini del racconto contemporaneo: la guerra, al giorno d’oggi, non si dichiara più. Si continua.
È da questa riflessione che nasce la sua nuova opera che lei definisce come un lungo poema, mettendo insieme le sue due più grandi passioni che la accompagnano da sempre: il racconto e la poesia. Poesia, intesa come un lavoro “artigianale” che ha bisogno di urgenza di esattezza. Se il racconto che conosciamo tutti il più delle volte satura, la poesia sottrae, elimina il rumore e prova ad arrivare all’essenziale rimuovendo il superfluo: lo stesso approccio che la reporter cerca di avere nei suoi articoli e lavori. Raccontare, insiste, non significa solo descrivere.
Al centro anche il tema dell’esilio, raccontato con la storia di Fahim, un amico afghano rifugiato: ciò che si perde, non sono solamente i beni materiali ma il riconoscimento. “L’esilio è la distanza tra noi e il suo nome, ciò che gli manca è la sua reputazione”, afferma, criticando la compassione che rischia di allontanare piuttosto che uguagliare.
Dal Libano, in cui è stata di recente, Mannocchi porta il racconto di una “zona grigia” che spesso non trova spazio nelle semplificazioni: civili e gruppi armati si intrecciano, e parlare solamente di atti osceni come gli attacchi alle ambulanze, senza parlare anche del fatto che i gruppi armati le utilizzino per il trasporto del materiale bellico, significa falsare la realtà.
In uno spazio così fragile come quello tra informazione e responsabilità, la poesia diventa per Mannocchi uno strumento per restituire complessità e contraddizione. Senza semplificare, restando fedeli agli accadimenti, anche quando è scomodo.
Nessuna storia è mai lineare, e forse non esistono frasi che le possono rappresentare totalmente, sicuro è invece che si ha il dovere morale di non smettere di cercare una sorta di logline.