13 -14 marzo 2021, Cronache, Internazionale a Ferrara tutto l'anno

Woman power!


Nome degli autori o della classe: Maria Nocent, Cristian Piazza - Liceo Grigoletti, Pordenone


La fragola, un frutto dolce e delicato, proprio come sono le donne. Con “Fragole. Le donne invisibili della migrazione stagionale”, la geografa e ricercatrice Chadia Arab, al centro dell’incontro di Internazionale del 14 marzo 2021, dipinge un ritratto di molte lavoratrici, prevalentemente marocchine, costrette a turni di lavoro interminabili presso i campi della Spagna Meridionale. I brevi frammenti, citati dalla redattrice Annalisa Camilli, sono fondamentali per comprendere al meglio la drammaticità in cui queste persone vivono. Chadia, la protagonista della storia, scappa da suo marito, abbandona il figlio ventenne, alla ricerca di una spinta. Questa donna invisibile viene scelta come migrante circolare: alcuni mesi tra le piantagioni spagnole e poi nuovamente alla misera patria con un buon guadagno. Ma cosa accade in quei quattro mesi?

L’autrice descrive una situazione strana dove governano ancora gli abusi, le violazioni, lo sfruttamento, ma approfittando di questa occasione molte madri riescono a trasformarsi. Forse i rossi frutti ci sembrerebbero meno succosi pensando a tutti i diritti che le donne si vedono togliere in quegli attimi. Chadia racconta la convivenza forzata in piccoli appartamenti con sconosciute dove i conflitti erano vietati, pena il rimpatrio in Marocco. Il tutto per 35 euro al giorno, la cifra del salario minimo in Spagna. Ma la sua emancipazione  è cresciuta in quei duri mesi di lavoro e le ha fatto dimenticare il passato, chiusa nella bolla della sua comunità, aprendole poi nuove prospettive di lavoro.

Questa testimonianza e lo studio che attraversa tutto un decennio è la forza che spinge la nostra Chadia ad affermare: “Mi dico ottimista dopo questa esperienza”. Pensare che una donna possa prendere il ruolo di capofamiglia dopo il ritorno a casa non può che essere un segno di svolta nel pensiero fortemente legato all’uomo di questi paesi.

Un grande vantaggio, che si contrappone con forza alle visioni dei viaggi pericolosi verso le coste italiane, è la legalità del contratto. Le lavoratrici hanno il diritto di avere un passaporto per andare a risanare il fondamentale settore agricolo, acquistando anche esperienza e conoscenza del mondo al di fuori del villaggio marocchino. Secondo l’autrice il paese nord-africano dovrebbe investire maggiormente su queste persone che si arricchiscono riuscendo addirittura a migliorare la produttività del loro territorio. 

Inoltre si è assistito alla nascita di  nuove associazioni femministe che hanno il compito di rendere visibile l’invisibile. Il tradizionale stereotipo della donna come accompagnatrice passiva va smantellato. Ora, al pari di un uomo ha diritto di lavorare e soprattutto di ricevere un salario. A questo punto, alle lavoratrici manca solo l’autonomia, ma ci pensa una cooperativa neonata della provincia di Huelva. Il fenomeno che trae le sue radici nel 2018, vede l’apogeo di questo processo verso l’autonomia con la marcia di marzo, alla quale presero parte le vecchie donne docili impaurite, ora pronte a manifestare con striscioni e slogan.  Spinge la ministra spagnola con dei controlli continui, rigide verifiche per valutare la situazione dell’attività e soprattutto la tutela dei diritti umani.

La migrazione circolare porta con sé anche dei lati negativi, prendendo le sembianze della schiavitù. Si può definire “usa e getta”, poiché queste lavoratrici possono essere rimpatriate in qualsiasi momento. Non viene garantito loro un lavoro stabile oppure una dimora fissa: infatti, i dirigenti di queste aziende agricole sono in maggioranza cittadini spagnoli “bianchi” e quindi, oltre allo sfruttamento in senso letterario, si aggiungono delle sfumature a base sessista e discriminatoria.

Ad inasprire la situazione sono qualcosa di inconcepibile per la nostra società occidentale: le destrutturazioni familiari. Infatti i datori spagnoli hanno delle richieste specifiche, se sei una donna marocchina tra i trentacinque e quarant’anni con almeno un figlio, sei pronta per la coltivazione di fragole. Alla base della migrazione circolare sta il ritorno in patria. Togliere la possibilità ad una madre di vedere il figlio crescere è qualcosa che va oltre l’umanità. Il rientro è la fase più difficile. Le donne si vedono rifiutate dai propri bambini. La geografa annuncia un gran lavoro da fare in questo campo.

Gli abusi e le violenze sono il peso più grosso su una bilancia in equilibrio tra lati positivi e negativi.  Sin dal 2009, in Spagna le donne erano costrette a tacere, la pena: il ritorno. Sempre nel 2018 accade un evento che segna un cambiamento. Cominciano a comparire i primi articoli su El Pais,  da allora, notizie di abusi compaiono sulle prime pagine dei giornali continuamente. Mai una parola è in più su questo tema così drammatico, più se ne parlerà, più forse il fenomeno subirà una riduzione.

“Dov’è la privacy di queste donne spiate da telecamere e contraddistinte da giacca gialla? Dov’è il rispetto di diritti sociali, quando non hanno nemmeno un contributo o una pensione? Perché non possono liberamente circolare tra Spagna e Marocco?”. Chadia Arab conclude mostrando i punti ancora aperti in cui confida, si troveranno presto delle risposte

Anche noi dobbiamo prendere parte in questo gioco che non è solo fra Stati: Chadia ci invita a rafforzare la voce di queste donne, ancora troppo debole e nascosta dietro estenuanti ritmi di lavoro e continue ingiustizie.

 

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