17 ottobre 2021, Cronache, Salone del libro 2021

Una vita da camper


Silvia Bracco


Giornalista, Premio Barnes & Noble Discover Award 2017 e finalista per il J. Anthony Lukas Prize e per l’Helen Bernstein Award. Stiamo parlando di Jessica Bruder, che non solo è un’ottima e premiata scrittrice, ma anche una grande avventuriera. Abbiamo parlato con lei in occasione della presentazione del suo libro, Nomadland, che ha ispirato l’omonimo film di Chloe Zhao, vincitore di numerosi premi tra cui tre Oscar. Il libro, così come il film, tratta della cosiddetta Van-life, la “vita da furgone”, quella condotta da un inaspettato numero di persone in tutti gli Stati Uniti. Coloro che la praticano vivono nelle loro macchine o nei loro camper, arrabattandosi per sopravvivere con pochi – o, nella maggior parte dei casi, senza – spiccioli. Sono quasi tutte persone colpite dalla crisi del 2008, che non hanno avuto altra scelta che mettersi gambe in spalla e lasciare la loro casa e la loro terra per cercare di andare avanti. “Quasi” tutte perché per Jessica non è stato così. Esatto, anche lei ha sperimentato la dura vita da camper, anche se non tutti lo sanno: per ben tre anni e per un totale di 15000 miglia (circa 25000 kilometri) ha viaggiato da costa a costa, dal confine col Canada a quello messicano. Ha conosciuto persone di tutte le età, anche se in maggioranza anziane, ha dormito sotto le stelle e ha condiviso con gli altri “nomadi” le esperienze che quella vita aveva da offrirle. A metterla in questa situazione è stato il suo animo desideroso di verità, che l’ha spinta a non accontentarsi dei racconti su ciò che la circondava, le ha chiesto di andare da sé a dare un’occhiata a quel mondo. Oggi ci ha parlato del suo viaggio, ponendo l’accento sui concetti di fuoriuscita dalla società, lavoro e povertà. Naturalmente sa che ciò che racconta assume automaticamente un punto di vista interno, perché tutto ciò che dice lo ha vissuto sulla propria pelle, ma questo non le impedisce di individuare oggettivamente alcune problematiche che sono alla base, o rendono più difficile, la vita nel suo Paese d’origine. Ad esempio, racconta nell’intervista che le abbiamo fatto, la sanità negli USA è disastrosa. Questo non solo impedisce alle persone di curarsi al meglio, ma diventa anche un lusso irraggiungibile quando si tratta di persone nomadi, che non possono permettersi i trattamenti necessari e la cui condizione peggiora quindi drasticamente. Non sono solo i lati negativi, però, quelli messi in luce dall’esperienza della Bruder: ad esempio, ci rivela che ha avuto testimonianza della “grazia” degli uomini, della bellezza della nostra specie: spesso e volentieri, infatti, ci si aiutava l’un l’altro, ci si dava consigli e, anche se magari non ci si incontrava per mesi interi, il ricordo e la presenza invisibile dei compagni di strada rimaneva sempre. Sotto molteplici aspetti, questa è stata per Jessica un’esperienza formativa, che ha dato spunto ad un bellissimo libro e poi ad un altrettanto bel film, consigliato per capire meglio questa realtà dura ma bellissima e, soprattutto, libera.

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