La Peste, Un libro tante scuole

Un lavoro sovrumano: l’abisso del cuore di Rieux


Matilde Testa III D Liceo Alessandro Volta Como


Una cosa che ti ha colpito

Questo breve passo della Peste mi ha subito colpita, perché, a differenza di altri, non mi sono potuta immedesimare nella narrazione. Durante i flagelli, come abbiamo sperimentato personalmente, si tende a percepire in misura maggiore la propria sofferenza rispetto a quella altrui. Leggendo queste righe invece mi sono dovuta confrontare con il punto di vista e con le fragilità di un personaggio chiave tanto del libro quanto della nostra realtà: il medico. Tutti noi abbiamo sopportato, e lo facciamo tutt’ora, vari disagi legati alla pandemia, ma pensando al fatto che queste figure, il cui compito è quello di occuparsi della salute delle persone, ne abbiano visto morire, in così poco tempo, un numero tanto grande, diventa difficile immaginare una sofferenza peggiore della loro: Rieux, infatti, era esausto, ma il suo lavoro continuava, perché non ci sono giorni di festa per i malati. E nonostante i suoi sforzi, non solo gli veniva rinfacciato di non aver saputo fare il suo dovere, ma anche di non avere dei sentimenti. I medici, gli infermieri, sottoposti a un impegno gravosissimo, non dovevano immaginare un impegno ancora maggiore. Dovevano soltanto continuare con regolarità, se così si può dire, quel lavoro sovrumano.

Una frase del libro da conservare

«Erano questi momenti di debolezza a dare a Rieux la misura di quanto fosse stanco. Non controllava più la propria sensibilità. Perlopiù trattenuta, indurita e inaridita, di tanto in tanto esplodeva e lo lasciava in balia di emozioni che non sapeva più dominare. La sua unica difesa era rifugiarsi in quella durezza e serrare il nodo che si era formato dentro di lui. Sapeva che era il modo giusto per andare avanti. Per il resto non aveva molte illusioni e la stanchezza gli toglieva quelle che serbava ancora. Sapeva infatti che per un periodo di cui non vedeva la fine il suo ruolo non era più quello di guarire. Il suo ruolo era diagnosticare. Scoprire, vedere, descrivere, registrare, e poi condannare, questo era il suo compito. C’erano mogli che lo prendevano per il polso e urlavano: “Dottore, gli dia la vita!” Ma lui non era lì per dare la vita, era lì per ordinare l’isolamento. A che serviva l’odio che allora leggeva sui volti? “Lei è senza cuore” gli avevano detto un giorno. Invece sì che ce l’aveva un cuore. Gli serviva per sopportare le venti ore al giorno in cui vedeva morire uomini che erano fatti per vivere»

Commento su “La Peste” di Matilde Testa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.