La Peste, Un libro tante scuole

Quando una tragedia diventa realtà


Matilde Simone III D Liceo Alessandro Volta Como


Una cosa che ti ha colpito

Queste poche e semplici righe racchiudono una questione fondamentale, una svolta dal punto di vista narrativo, ma soprattutto un elemento di discussione rilevante: la realizzazione della tragedia. Le tragedie ci sembrano sempre così lontane dalla nostra piccola realtà fino a quando non ci colpiscono. Ci sembra strano che qualcosa di veramente brutto possa capitare proprio a noi, finché non succede, ed è lì che iniziamo a prenderne coscienza.                                        Sorge spontaneo il parallelismo con la situazione pandemica del Covid, che viviamo ormai da più di un anno e mezzo. A febbraio 2020 cominciammo a sentire parlare di una strana epidemia in Cina, una strana epidemia che però, nell’arco di poco tempo, è diventata una realtà mondiale che ha coinvolto tutti e tutto. Come gli abitanti di Orano nel libro di Camus si sono trovati improvvisamente catapultati in una realtà tremenda e sconosciuta, che ha fatto emergere le passioni di un’umanità incredula davanti all’epidemia, così anche noi ci siamo sentiti insicuri davanti a qualcosa di non conosciuto, impreparati e disorientati di fronte alla prospettiva di non essere immuni alle sventure della vita.                                  Penso che questa impreparazione di fronte a inaspettati e inconsueti eventi della vita sia più che altro un modo di vivere più serenamente: l’uomo è in grado di ipotizzare eventuali tragedie, ma forse, appunto, preferisce vederle solo come “ipotesi” difficilmente realizzabili, per poter vivere in relativa tranquillità: un meccanismo psicologico di protezione, che ci permette di sopravvivere al riparo dall’angoscia. Dunque la “realizzazione” di cui ho parlato è proprio l’emergere di una consapevolezza già insita nella mente dell’uomo, ma fino al momento della tragedia “evitata” o quantomeno inconsciamente “accantonata”.

Una frase del libro da conservare

La morte del portinaio si può dire che segnò la fine di quel periodo pieno di segnali inquietanti e l’inizio di un altro periodo, relativamente più difficile, nel quale la sorpresa dei primi tempi si trasformò via via in panico. I nostri concittadini si rendevano conto solo ora di non aver mai pensato che la nostra città potesse essere un luogo specialmente designato perché i topi vi morissero al sole e i portinai vi perissero di strane malattie.

Commento su “La Peste” di Matilde Simone

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