La Peste, Un libro tante scuole

La Peste di Albert Camus


Emanuele Elias - Classe 5N - Liceo Scientifico Statale "Galileo Ferraris" - Torino


Una cosa che ti ha colpito

Ciò che ho apprezzato molto è stata l’accuratezza della descrizione di una epidemia che, benché lontana nel tempo, appare molto simile alla nostra. M’incuriosisce sapere se i futuri sviluppi di quella che stiamo noi vivendo possano essere simili alla risoluzione di quella nel romanzo. Mi riferisco soprattutto al raptus di follia di Cottard che spara sulla folla. Egli aveva lucrato sulla situazione e quindi aveva interesse a far sì che l’epidemia continuasse.

Un’altra cosa che ti ha colpito

Un altro tema che mi ha colpito è stato quello dell’uguaglianza, soprattutto alla fine del romanzo: il narratore descrive le lacrime che scorrono durante gli abbracci nei momenti della ricongiunzione, dice che non si sa se provengono dalla felicità o dal dolore troppo a lungo represso.

Ma è sbagliato credere che le persone siano rimaste le stesse. Il dolore le ha cambiate: il distacco patito ha generato  un senso di angoscia che permarrà in tutti loro.

La  morte colpisce gli uomini  indifferente ai livelli sociali a cui appartengono,  anche la gioia della liberazione stabiliva una temporanea  uguaglianza . Se la prima, però, non rende gli uomini realmente uguali dato che per il dolore l’uomo si isola, la seconda stabilisce un’uguaglianza tra gli stessi, ma di brevissima durata.

Una frase del libro da conservare

Benché un flagello sia un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piovono addosso.

Leggere questa frase ne “La Peste”  oggi,  al tempo del Coronavirus, lascia sbigottiti e spaventati per il termine frequente e nel riscontrare la veridicità  nell’enunciare la nostra incredulità, nel voler sottolineare che quando si è nel centro di una tale tempesta, si voglia allontanarla dalla nostra consapevolezza cercando di negare l’evidenza per ridimensionare le implicazioni tragiche che porta con sè. Non siamo mai preparati, non sappiamo come ci si salva.

Si può negare e illudersi, si può fuggire illegalmente e fisicamente, ci si può rivolgere alla religione e trovare conforto nella fede, si può speculare e approfittare egoisticamente del male cercando vantaggi personali, si affronta il proprio dovere per rispondere alla propria coscienza senza vergognarsi, …

Nel libro Camus  analizza le scelte mettendo in scena personaggi che incarnano questi possibili comportamenti, sempre con un occhio oggettivo e staccato quasi cercando di perdonare la loro umanità.

  • “La terribile impotenza di ogni uomo nel condividere davvero una sofferenza che non può vedere”

La distanza rende estranei, non permette di condividere, di raccontarsi, di conoscersi, di entrare in empatia e di sentire il dolore dell’altro.

È una forma di ignoranza che porta alla malvagitá.

Per  Camus l’uomo non è malvagio ma pratica la crudeltà per ignoranza, perché non sa . Quando si comprende la verità di una situazione  non ci si può esimere dal fare ciò che deve fare.

 

 

Se questo libro fosse una canzone

Giorgio Gaber La peste

Testo

Un bacillo che saltella

Che si muove un po’ curioso

Un batterio negativo

Un bacillo contagioso

Serpeggia nell’aria

Con un certo mistero

Le voci sono molte

Non è proprio un segreto

La gente ne parla a bassa voce

La notizia si diffonde piano

Per tutta Milano

La gente ha paura

Comincia a diffidare

Si chiude nelle case

Uno scoppio di terrore

Un urlo disumano

La peste a Milano

A Milano c’è gente che muore

La notizia fa un certo scalpore

Anche in provincia si muore

La peste si diffonde adagio

Poi cresce e si parla di contagio

C’è il sospetto che sia un focolaio

Che parte dal centro e si muove a raggiera

Dilaga dovunque la peste nera

È scoppiata un’epidemia di quelle più maligne

Con bubboni che appestano uomini, donne e bambini

L’infezione è trasmessa da topi usciti dalle fogne

Ma hanno visto abilissime mani lanciarli dai tombini

Son le solite mani nascoste e potenti

Che lavorano sotto, che son sempre presenti

La gente si difende disperata

La peste incalza, viene avanti

Si dilaga, si scatena agguerrita

È anche peggio di quella del venti

La peste ci viene addosso

La peste non si ferma più

Morti dappertutto

Che vengono ammassati come animali

Non fa neanche più effetto

Sono cose normali

Si fotografano i cadaveri

Non fa neanche più schifo

Ci si lava, ci si pettina

Si esce, si va al bar

Si scansano i cadaveri

Non ci fai più caso

Ci si abitua così presto

In fondo ne muoiono tanti

Anche al week-end di ferragosto

Un bacillo a bastoncino

Che ti entra nel cervello

Un batterio negativo

La dinamica è la stessa che abbiamo visto nel romanzo e nella vita quotidiana dell’ultimo anno e mezzo: all’inizio l’uomo non crede alla pandemia, poi ne ha paura e poi ci si abitua. Gaber si concentra soprattutto sull’ultima fase, ormai l’uomo si limita a scansare il morto per fare ciò che deve fare. Anche in questa canzone il fascismo è paragonato alla peste, ma quella a cui si riferisce Gaber è un’altra “epidemia”: io vi vedo il capitalismo, qui l’uomo persegue incurante i propri fini scansando le vittime di una ricerca spasmodica di ricchezza.

Se ti è piaciuto La Peste, leggi o guarda anche

Dallas Buyers Club

È un film molto simile, ma anche diverso dalla Peste di Camus per molti aspetti.

Ha in comune il fatto di parlare di una epidemia, in questo caso quella dell’HIV alla fine del secolo scorso.

Oltre ciò, un altro punto è in comune è l’assenza della cura. Nella Peste l’antidoto non è inviato da Parigi e quello realizzato in loco è inefficace, in Dallas Buyers Club non è stato approvato dalla FDA pertanto non può essere somministrato. Inizia così l’attività di contrabbando del protagonista, il rude texano Ron Woodroof: fonda il Dallas Buyers Club, un’associazione i cui iscritti pagano una retta di 400 dollari mensili per avere tutte le medicine di cui hanno bisogno.

Vi è una sostanziale differenza con la Peste: la malattia non riguarda tutti ma solo una quantità limitata di persone appartenenti a quella che era considerata la “feccia”. Si unisce quindi il tema del disprezzo, tanto che il protagonista non vuole accettare di avere tale malattia dato che condivisa con gli omosessuali.

 

Il romanzo è  stato scritto nel 1947dallo scrittore algerino Albert Camus, insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1957  per aver trattato “ i problemi che si impongono alla coscienza umana”.
Camus  scrisse diverse opere esistenzialiste.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *