La Peste, Un libro tante scuole

Il trauma e la poesia


Alessio Ferrario classe III D Liceo Alessandro Volta


Una cosa che ti ha colpito

Tra tutti i personaggi dell’alveare-Orano, quello di Grand è forse il più patetico. In lui, l’impiegato -stereotipicamente mite, impotente, represso – l’intrecciarsi del proprio trauma individuale con quello collettivo è straziante e si rivela in modo subdolo e ossessivo – proprio come il riaffacciarsi del ricordo felice che lo tormenta – nella stesura del suo “poema”; la sua tensione verso la bellezza di una scena ideale (la svelta amazzone a cavallo etc. etc.) è la sua propria caratteristica tragica, che crea uno iato tra volere potere, cioè  quello tra l’idea e l’espressione poetica della stessa.  Questo lo rende alieno tra gli alieni, e lo spinge verso quello sforzo di massima sintesi che in una sola frase racchiuda il suo intero rapporto lirico con la realtà, nel tentativo anche di definirla e ricrearla in risposta al trauma dell’abbandono e della solitudine; “Mia cara Jeanne, oggi è Natale…”: sembra che questa fosse la frase che Grand volesse scrivere sin dal principio, ed è riuscito a scriverla. L’impiegato perciò figura tra i vincitori della Peste e tra i santi per come li definirebbe Tarrou; è un poeta che finalmente riesce a sciogliere il proprio canto e per esso vive, pure nella solitudine alienante imposta dalla peste/regime totalitario. 

 

Una frase del libro da conservare

Di lì a qualche ora Rieux e Tarrou ritrovarono il malato mezzo seduto seduto sul letto, e Rieux fu spaventato nel vedergli in volto i progressi della malattia che lo divorava. Sembrava però più lucido e, con una voce stranamente profonda, subito li pregò di portargli il manoscritto che aveva messo in un cassetto. Tarrou gli diede i fogli e lui li strinse a sé, senza guardarli, quindi Tarrou li tese al dottore, invitandolo con un gesto a leggerli. Era un breve manoscritto di una cinquantina di pagine. Il dottore lo sfogliò e capì che tutti quei fogli recavano solo la stessa frase ricopiata all’infinito, rimaneggiata, arricchita o impoverita. Solo e sempre il mese di maggio, l’amazzone e i vialetti del Bois, accostati e disposti nei più svariati modi. L’opera comprendeva inoltre alcune, a volte smisuratamente lunghe, e delle varianti. Ma in fondo all’ultima pagina una mano diligente aveva scritto soltanto, con l’inchiostro fresco:”Mia cara Jeanne, oggi è Natale…” Sopra, in una grafia impeccabile, compariva l’ultima versione della frase. “Legga”, diceva Grand. E Rieux lesse.

“Una bella mattina di maggio, una svelta amazzone percorreva su una sontuosa giumenta saura i vialetti in fiore del Bois…

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