La Peste, Un libro tante scuole

Da Camus, la consapevolezza


Stefano Campion, Francesca Rosa, Mattia Saoncella (4CAT - IIS Atestino)


“La peste” di Albert Camus è un libro che può essere definito visionario. Scritto nel 1947, questo libro racconta il propagarsi di un’epidemia di peste che si manifesta in un periodo non precisato degli anni ’40 del secolo scorso, in una città dell’Algeria di nome Orano. I protagonisti si trovano a dover lottare in una situazione del tutto nuova e inattesa, stringendo nuovi legami anche là dove ne hanno persi, per il bene comune di quella “metropoli”. Questa storia, anche se scritta più di settant’anni fa, descrive perfettamente le nostre situazioni e i nostri stati d’animo attuali. Il Covid, proprio come la peste, ci ha separati dalla nostra quotidianità, dalla vita sociale, dalle nostre abitudini e dalla nostra felicità, facendoci capire che dobbiamo dare valore a ogni cosa che abbiamo e a ogni persona che conosciamo o incontriamo, anche se inizialmente possono apparire scontate. Leggendo il libro, si provano le stesse emozioni e gli stessi sentimenti di sconforto e incertezza che abbiamo percepito nei mesi scorsi. Questa situazione forse è dovuta dalla nostra recente esperienza con un’epidemia ma soprattutto dal fatto che l’autore descrive in modo impeccabile tutto ciò che ne deriva. 

Il libro, scritto in uno stile  abbastanza semplice e tutto sommato scorrevole, rende molto bene l’idea di cosa significhi vivere con una malattia di massa. Infatti ci è piaciuto molto per questo. Dai diversi passaggi letti nel libro, tutti importanti ed emozionanti, abbiamo trovato particolarmente emozionante il punto in cui Rieux e Tarrou (due dei personaggi principali) stremati da un grande sforzo mentale e fisico per salvare più persone possibili, si sono concessi un bagno al mare di notte sotto la luna; entrambi in quel momento si sono abbandonati a  un momento di felicità che li ha temporaneamente rigenerati dal loro stressante e difficile lavoro. Oppure, per riprendere il discorso del bene comune, un altro passaggio che ci ha colpiti è stato quando Rambert, che voleva tornare dalla sua famiglia, aveva preso accordi per fuggire da Orano, ma all’ultimo è rimasto per prodigarsi ad aiutare quella città e cercare di dare fine a questa epidemia di peste. Questo episodio, ad esempio, lo abbiamo potuto notare anche all’inizio della pandemia dovuta al covid-19, dove molti medici in pensione sono tornati ad esercitare la loro  professione per dare una mano a chi ne aveva più bisogno.

Tirando le somme possiamo dire che il libro ci ha dato più consapevolezza di noi e della nostra vita momentanea. Infatti abbiamo capito che non bisogna essere complici del male e considerarsi sempre protetti e al sicuro da ogni pericolo, perché la vita è sempre imprevedibile e può, in qualsiasi momento, succedere un evento che non abbiamo messo in conto, come appunto una pandemia.  Da questa situazione si impara anche che ciò che diamo per scontato di solito in realtà non lo è, e ce ne rendiamo conto solo quando ne siamo privati. Un altro insegnamento fondamentale che ci ha dato questo libro è quello  della solidarietà, perché abbiamo capito che nessuno può considerarsi salvo senza aver ricevuto l’assistenza di altre persone.  Quindi dobbiamo lottare giorno per giorno, aiutandoci tra di noi con una certa solidarietà, restando positivi anche nei momenti più tristi e difficili. Il libro poi ci ha dato più consapevolezza di noi stessi perché ognuno ha i propri problemi ma non bisogna abbattersi per nulla al mondo. Quando si tocca il fondo si può solo risalire, frase perfetta per descrivere questo romanzo . Tutto ciò non ci insegna a vivere solo nella pandemia ma anche nella vita di tutti i giorni che metaforicamente, per certi aspetti, è sempre una pandemia ma che va affrontata in modi diversi.

 

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