20 maggio 2022, Cronache, Salone del Libro 2022

Marachellare e vreddare


Noemi Ruggiero, Redazione Liceo Alfieri


Affrontare nuovamente un testo già molto letto e amato è un problema che ogni traduttore incontra e che Marco Rossari dice ha un’unica soluzione: ignorare i propri predecessori e tornare alla fonte, riprendere atmosfera dell’originale piuttosto di farsi influenzare da scelte compiute in passato. Nella nuova traduzione Einaudi di Arancia meccanica, scritto da Anthony Burgess nel 1962, questo vuol dire recuperare da zero il Nadsat, lingua artistica del libro.

Poliglotta e amante del linguaggio, Burgess sa quanto rapidamente si evolve il parlato; per non risultare datato, unisce quindi slang londinese e russo, distorto perché rientri (con più o meno successo) nei canoni grammaticali inglesi, inventando un nuovo modo di parlare: bambinesco, disorientante, straniante. Al contrario della precedente traduzione di Floriana Bossi, che non riprende la radice russa delle parole, preferendo dare loro suono dialettale e onomatopeico, Rossari risale all’origine di ciascun vocabolo introdotto dallo scrittore. Avendo accesso alla sfumatura semantica della parola in lingua russa, il significato attribuitogli in Nadsat e il modo in cui è stato collegato alla lingua inglese, e alla propria conoscenza di gergo e parlata italiana, opera un grandissimo lavoro sulla lingua del Burgess. Ecco come dal russo “старый” (foneticamente “staryj”, antico o vecchio) derivi “starry” in Nadsat, e dove prima era tradotto “bigio”, Rossari riesce a comunicare insieme l’idea di anzianità come quella, sottesa, di “stellato, costellazione” creando “stardo”. Nella traduzione a volte basta guardare indietro, per rendere la frivolezza di “to filly” (diminutivo inglese che originariamente indica il puledro) si ricicla quindi lo spensierato “marachellare”; altre parole vanno, invece, introdotte di punto in bianco come per “vreddare”, da “вред” (“vred”, ferire), il cui suono riverberante comunica però con forte immediatezza l’idea richiesta, anche senza sapere altro.

Rossari – a ragione – dice: «Anthony Burgess è uno scrittore joyciano, estroso, folle nella sua capacità di inventare; e anche nell’ardire scandaloso». Il contrasto tra il linguaggio giocoso e divertente usato e la materia ultraviolenta e manifestamente cruda del libro non potrebbe essere più netto. Burgess rende immediatamente partecipe il lettore, che si trova a vivere in prima persona i ripugnanti atti commessi dai protagonisti, ancorandolo al mondo reale e insieme straniandolo completamente da esso. Solo l’uso di questo linguaggio alieno, innaturale, miscela eterogenea di slang, lingue reali e inventate, toni infantili che parlano di atti aberranti, e termini aulici potrebbe raggiungere questo obiettivo. È anche vero che non mancano le citazioni settecentesche e ottocentesche (Shakespeare, prima di tutto), dopotutto i principali interessi di Alex DeLarge sono sì lo stupro e l’ultra-violenza, ma anche Beethoven.

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