Nel febbraio 2025, le proposte avanzate da Donald Trump e dal genero Jared Kushner hanno disegnato un’ipotesi di ricostruzione per la Striscia di Gaza volta a reimmaginarla e reinventarla quasi come una “riviera”. Ma cosa significa davvero “ricostruire”? È una pura operazione edilizia e finanziaria o un processo complesso che coinvolge il diritto internazionale, il tessuto sociale e la memoria storica di un popolo?
Partendo da questa provocazione, l’incontro “Le chiavi di casa”, tenutosi presso il Ridotto del Teatro Comunale, ha visto un confronto a più voci tra Alessandra Annoni (giurista), Paolo Pezzati (Oxfam Italia) e Yara Sharif (architetta palestinese). Dall’analisi dell’impatto materiale all’inquadramento giuridico, fino al valore sociale dell’architettura, emerge un messaggio chiaro: non può esserci alcuna ricostruzione senza giustizia, autodeterminazione e diretta partecipazione di chi vive sul terreno.
Per comprendere la portata della sfida, occorre partire dai dati materiali dell’impatto economico e sociale illustrati da Paolo Pezzati: ad oggi si stimano circa 70 miliardi di dollari di danni a Gaza, una cifra che supera l’intero PIL palestinese, stimato intorno ai 17 miliardi. La distruzione ha colpito in modo sistematico ogni tipologia di infrastruttura: abitazioni, scuole, ospedali, luoghi di incontro, strutture sportive e la rete fognaria. Di fronte a una simile devastazione, le proposte del Board of Peace – organismo a controllo d’impronta politica statunitense e presieduto da Trump – appaiono del tutto inadeguate. Pezzati evidenzia inoltre come organismi simili a questo sembrano voler mantenere immutato lo status quo, anziché avviare una reale svolta politica. Qualsiasi piano credibile deve prima di tutto individuare e far riconoscere i colpevoli dei danni. In un contesto in cui Israele blocca i fondi destinati al governo palestinese, la comunità internazionale deve intervenire con risorse e progetti volti a ripristinare le strutture essenziali, superando la sola logica dell’emergenza.
Sotto il profilo del diritto internazionale, la giurista Alessandra Annoni richiama l’attenzione sulle regole che governano i conflitti. Se il diritto internazionale prevede norme precise su quando sia giusto ricorrere alle armi (ius ad bellum) e su come comportarsi durante il conflitto (ius in bello), lo stesso non si può dire per la fase del post-bellum, dove i riferimenti normativi risultano meno definiti.
Il punto di partenza imprescindibile per ogni prospettiva di pace rimane il rispetto del principio di autodeterminazione del popolo palestinese. Un Paese sotto occupazione non gode di indipendenza politica e, di conseguenza, non può negoziare la pace a condizioni paritarie. Il cosiddetto piano di pace del Board of Peace non costituisce un vero e proprio trattato di pace. Per giungere a un reale trattato occorre prima di tutto la cessazione dell’occupazione e il ripristino dei principi del diritto internazionale, garantendo il ritorno alla situazione antecedente l’inizio dell’invasione e assicurando al popolo palestinese il pieno esercizio dei propri diritti.
L’intervento dell’architetta Yara Sharif sposta il focus sull’immagine e sull’identità della Striscia. I media internazionali mostrano costantemente distese di macerie e detriti, dimenticando che Gaza è stata e deve tornare a essere una città mediterranea, ricca di storia e cultura. La ricostruzione deve quindi operare a livello strutturale, sociale, architettonico e culturale.
Analizzando il duplice approccio alla ricostruzione, Sharif distingue tra l’intervento puramente materiale, repair, e la riparazione in senso più ampio, reparation, legata al risarcimento dei danni di guerra. Il concetto fondamentale è che la ricostruzione non può essere ridotta a una questione di edilizia: “Non basta riparare i sassi e le pietre se poi non c’è la memoria”. Le macerie non sono semplice cemento, ma custodiscono i ricordi e le vite delle persone che vi sono sepolte.
Nonostante le enormi difficoltà, le comunità locali si stanno già muovendo dal basso. Piccole reti e comitati a Gaza hanno già elaborato piani di intervento per le zone costiere e per i quartieri; quello che manca sono il tempo e i materiali. C’è un’esigenza immediata di riaprire le frontiere per consentire l’ingresso delle risorse necessarie. Da Gaza non si chiedono assistenzialismo o concessioni, ma un reale sostegno e il riconoscimento della propria dignità.
Il dibattito ha messo in luce l’inseparabilità tra giustizia internazionale, dignità dell’architettura e tutela della memoria. Per affrontare una sfida di questa portata serve l’atteggiamento sintetizzato dalla massima “Mani al cielo e piedi per terra”: una visione ampia e ideale unita alla concretezza dell’azione quotidiana.
Qualsiasi tentativo di pianificare il futuro di Gaza dall’esterno, ignorando la storia e le istanze di chi abita quei luoghi, è destinato a fallire. Come emerso a conclusione del confronto, il principio guida per qualsiasi comunità internazionale responsabile deve rimanere uno solo: “I palestinesi sono sul terreno e hanno una voce”.