2 ottobre 2026, Cronache, Internazionale Ferrara 2026

Il riflesso di un futuro migliore


Ansaloni Alessandro, Rougier Davide

Liceo L. Ariosto, V. Alfieri - Ferrara, Torino

I giovani di oggi possono ancora sperare in un futuro luminoso? Siamo soliti a porre lo sguardo all’occidente, ma siamo sicuri che la risposta non si trovi in oriente? 

A queste domande ha cercato di rispondere, durante la conferenza del 2 ottobre al Festival di Internazionale, presso Palazzo Naselli-Crispi, Simone Pieranni, giornalista che ha basato gran parte della sua carriera sullo studio della cultura e della società cinese. Vissuto in Cina dal 2006 al 2014, Pieranni ha attraversato il Paese in modo itinerante e ha raccontato negli anni le sue profonde trasformazioni. È autore del libro Lo specchio americano, nel quale analizza il rapporto tra la Cina e gli Stati Uniti e, soprattutto, il modo in cui lo sguardo cinese verso l’America è cambiato nel tempo.

In un primo momento, la Cina ha guardato agli Stati Uniti con fascinazione, arrivando a idolatrare alcuni dei loro simboli più rappresentativi: da McDonald’s all’NBA, fino alla musica degli Wham!. Quegli elementi della cultura americana rappresentavano un modello di modernità e di benessere verso cui guardare. Con il tempo, però, quella fascinazione si è trasformata in qualcosa di diverso: la Cina ha iniziato a studiare sistematicamente quel modello, a consolidare la propria identità, a individuarne le fragilità e a trasformarle nel punto di partenza per superarlo.

È proprio questo cambiamento dello sguardo a rappresentare uno degli elementi centrali del libro di Pieranni. La Cina contemporanea non è più semplicemente il Paese che guarda all’Occidente per immaginare il proprio futuro, ma una potenza che ha progressivamente costruito un proprio modello di sviluppo. Tuttavia, il raggiungimento di questo obiettivo non sembra aver risolto tutte le difficoltà.

Pieranni ha raccontato infatti come la Cina si trovi oggi ad affrontare problematiche nuove, legate anche alla situazione economica e alle aspettative delle nuove generazioni. Se la crescita degli ultimi decenni aveva alimentato nei genitori la convinzione che il futuro sarebbe stato necessariamente migliore del presente, molti giovani cinesi sembrano oggi non avere la stessa certezza. Attraverso i suoi incontri con loro, Pieranni racconta una generazione che fatica a proiettarsi nel futuro e a immaginare una società nella quale possa realizzarsi pienamente.

Ed è proprio a questo punto che, ascoltando la situazione cinese, sorge spontanea una domanda per noi europei: come può la Cina continuare a essere una protagonista dell’attualità, nonostante le difficoltà che sta attraversando? E, soprattutto, cosa possiamo imparare dalla sua esperienza?

Anche l’Europa, in passato, ha guardato agli Stati Uniti come a un punto di riferimento, sia dal punto di vista culturale sia economico e politico. La differenza è che, mentre la Cina ha progressivamente cercato di trasformare quella fascinazione in uno strumento per costruire una propria identità e una propria idea di sviluppo, l’Europa sembra ancora dover definire con chiarezza quale spazio occupare in un mondo sempre più segnato dalla competizione tra grandi potenze.

Se quarant’anni fa erano i giovani cinesi a guardare verso Occidente cercando di immaginare un futuro migliore, come dovrebbero oggi i giovani europei trovare la propria strada?

La storia recente della Cina e quella europea presentano alcuni punti di contatto, pur appartenendo a realtà politiche, economiche e culturali profondamente differenti. Cercare una risposta nel modello cinese non può quindi significare copiarlo, né ignorarne le numerose contraddizioni. Può significare, però, interrogarsi sul metodo attraverso il quale un Paese che quarant’anni fa cercava altrove il proprio modello di sviluppo è riuscito progressivamente a costruire una propria idea di futuro.

È proprio su questo punto che la risposta di Pieranni alla nostra domanda diventa particolarmente interessante. Tra gli aspetti dell’esperienza cinese sui quali l’Europa dovrebbe riflettere, il giornalista ha indicato soprattutto l’investimento nel capitale umano: formazione, ricerca, competenze scientifiche e capacità di valorizzare i giovani.

La questione, allora, non è stabilire se il modello cinese sia migliore di quello europeo, ma domandarsi quale spazio siamo disposti a dare alle nuove generazioni nella costruzione del nostro futuro. La Cina mostra infatti anche il limite di uno sviluppo che può riuscire a proiettare un Paese verso il domani senza necessariamente riuscire a fare altrettanto con le persone che lo abitano.

Nonostante i risultati raggiunti in numerosi settori, molti giovani cinesi manifestano oggi una paura che attraversa anche una parte della nostra generazione: quella di vivere peggio dei propri genitori e di non riuscire a costruire il futuro che era stato loro promesso.

Ed è forse proprio questa contraddizione a offrirci la lezione più interessante: costruire un futuro non significa soltanto far crescere un Paese, ma creare le condizioni perché anche chi quel futuro dovrà viverlo possa ancora immaginarlo.

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