Non è mai facile parlare della propria famiglia in pubblico, tanto più se sei stato cresciuto da un padre di umili origini spesso in viaggio di lavoro e una severa madre di origini russe e georgiane. Ma questo non deve aver preoccupato Emmanuel Carrère, autore del Kolchoz (Adelphi, 2026).
Ma che cos’è il kolchoz? In Unione Sovietica era il termine utilizzato per indicare le cooperative agricole, ma Carrère racconta che fu sua madre a dare questo nome al momento in cui lui e le sue sorelle, durante i viaggi di lavoro del padre, potevano dormire nella camera da letto dei genitori. Da quel momento rimase un rito della famiglia, tanto che durante l’ultima notte di vita della madre i tre figli si ritrovarono un’ultima volta per “fare kolchoz” e dirle addio.
Il libro è ricco di dolci ricordi, come la favola che la madre narrava ai figli per convincerli a mangiare il fegato di vitello, recitando una scenetta che li divertiva molto, ma anche di momenti dolorosi della vita di Carrère. Tra questi ultimi troviamo la pubblicazione del suo libro Un romanzo russo (Einaudi, 2009), che causò l’allontanamento tra Carrère e la madre, poiché riapriva una sua ferita profonda: la vita agiata in Russia durante il periodo zarista e la fuga a causa della rivoluzione. Al contrario della madre, Carrère viaggiò molto, tornando anche in Russia.
Quindi, nonostante il suo Kolchoz sia un tuffo nel suo passato, l’autore alla conferenza si è espresso anche sul tema della guerra tra Ucraina e Russia, sostenendo che la Russia in questo momento stia mostrando la sua “faccia più dura” e ricordando che non tutti i cittadini russi sono a favore di questo regime, ma che non possono esprimere il loro dissenso a causa della repressione, offrendo così uno sguardo al presente, raccontando il passato.