16 ottobre 2021, Salone del libro 2021

Dante sperimentatore e rivoluzionario


Eleonora Oliviero, Gilda Zara, Sara Zerbini, Liceo L. Ariosto Ferrara


Come possiamo accorciare la distanza tra noi e Dante?

 

Questo è stato il punto focale della lectio sulla prospettiva linguistica di Dante tenuta dal Professor Luca Serianni, uno dei dantisti più importanti della nostra epoca, nell’evento La lingua di Dante del Salone Internazionale del Libro di Torino il 16 ottobre.

 

La Divina Commedia viene spesso percepita molto distante dalla nostra realtà per differenze sia culturali che linguistiche. Tra le prime possiamo riscontrare una diversa concezione dei peccati per un sistema morale e politico che è mutato nel corso dei secoli. Dante, ad esempio, ritiene più grave il furto dell’omicidio, collocando i ladri in un girone più basso rispetto agli assassini. Inoltre considera presupposte nel lettore del suo tempo alcune conoscenze intellettuali, come quelle mitologiche, la cui mancanza è per noi colmata dalle note presenti nei testi. Le differenze linguistiche sono determinate dall’accezione leggermente diversa che hanno alcune parole rispetto alla lingua odierna. Non dobbiamo lasciarci intimorire da queste difficoltà che sono irrilevanti rispetto alla grandezza della poetica dantesca.

 

Il poeta è sperimentatore e rivoluzionario della lingua, che nelle scuole precedenti vedeva l’utilizzo di un lessico illustre ma limitato, successivamente ampliato e rielaborato da lui. Nella Commedia è presente una grande varietà di linguaggio, con parole anche molto diverse tra loro e cariche di significato poetico, alcune delle quali coniate e introdotte da Dante partendo da suoni onomatopeici come “tintinnio” o altre riguardanti il lessico infantile come “dindi”. Adatta il suo linguaggio alle diverse realtà che descrive: utilizza diversi registri linguistici a partire da quelli più bassi e degradanti dell’Inferno fino a quelli dell’elevazione sublime dell’anima verso la beatitudine eterna del Paradiso. Per rappresentare la realtà in maniera più incisiva ricorre a cinquecento similitudini, come quella della colomba nel canto V dell’Inferno, che è un’immagine ambivalente poiché evoca la lussuria in ambito amoroso e l’innocenza in quello cristiano. Nello stesso canto fa uso del termine desiderio, non proprio delle anime dei dannati prive di speranze, lasciando trasparire la commozione che prova nei confronti dei due amanti, i quali continuano a nutrirsi del loro amore nonostante siano stati l’uno la causa del peccato dell’altro.

 

L’incontro si è concluso con una riflessione del Professore su quanto non sia limitante studiare Dante come canone considerandolo anche sperimentatore, perché ci permette di comprendere grazie alla sua poetica il cambiamento della lingua di cui egli è padre e sommo poeta.

 

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