Lorenzo Clemente e Yuri Tuci hanno tenuto una conferenza alla XXXVIII edizione del Salone del Libro per esporre il loro libro Caregiver, Motherfucker!. Insieme a loro, Franco Antonello, suo figlio Andrea e Sauro Pellerucci hanno presentato il progetto “Sull’isola che non c’era”, nato dalla collaborazione dell’associazione “Io sono una persona per bene” e “I Bambini delle Fate” e reso possibile grazie alla collana editoriale “La nave di Teseo”.
Il libro racconta dell’approccio che i due autori hanno avuto nei confronti della disabilità, essa non è una condanna ma un’incredibile rinascita, si parla di una resistenza quotidiana, dove il prendersi cura non è una missione dettata dalla pietà ma uno scontro diretto con la vita a cui non interessa della tua condizione.
Quella che viene descritta è la verità nuda: la fatica di restare uomini e padri quando il mondo ti vorrebbe solo santo o invisibile. È un viaggio fatto di comicità e rabbia lucida, che scava nel rapporto viscerale tra chi cura e chi viene curato, spogliandolo da ogni giudizio compassionevole.
La vera storia è la ribellione, il rifiuto di arrendersi alla malattia. Lorenzo e Yuri ci trascinano nel fango del loro male per dimostrarci che si può pretendere la felicità, l’ironia e la dignità, anche quando tutto sembra contrario. È, sopra ogni cosa, il manifesto di sopravvivenza di chi è stato etichettato come perdente dal destino, ma ha deciso di vincere sulle proprie condizioni.
Gli autori hanno espresso il loro desiderio di incoraggiare all’inclusività per rendere le persone consapevoli e sensibili, perché come afferma Yuri Tuci: “ Noi esistiamo e non possiamo essere ignorati”. A dimostrarlo sono stati alcuni dei 21 ragazzi che hanno scritto nell’agenda del progetto “Sull’isola che non c’era” e che hanno voluto essere presenti all’incontro per esserne a tutti gli effetti protagonisti.
Mentre Sauro Pellerucci ridefinisce il concetto di successo spostando il baricentro dal profitto all’altruismo e al sostegno sociale, Franco Antonello lo sostiene denunciando la diversità di trattamento che ancora isola le persone con disabilità, essere autistici non significa essere assenti; significa avere una consapevolezza piena e il diritto inalienabile di esprimersi e agire.
L’incontro ha messo in luce una verità scomoda che tocca chiunque, da chi lo vive in prima persona a chi gli sta vicino, perché la vulnerabilità appartiene a tutti. Ci resta addosso una lezione che muove le coscienze: la necessità urgente di compiere il bene, invece di limitarsi a narrarlo.