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Ogni volta che mi baci muore un nazista


Del Regno Rosanna

IIS Plana sezione carceraria - Torino

Adotta uno Scrittore IIS G. PLANA. Scarica qui il file con il rescondo e le foto

La nostra scuola è l’IIS Giovanni Plana, sezione carceraria, presso la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino che offre due indirizzi di studio: Produzioni Industriali ed Artigianali opzione Arredi e Forniture di Interni e Manutenzione e Assistenza tecnica. L’ istituto è presente in carcere da più di settanta anni, con spazi propri adibiti ad aule e laboratori. Lo spazio che contraddistingue la scuola è sicuramente l’ enorme laboratorio di falegnameria, dove gli studenti ristretti apprendono la lavorazione del legno realizzando mobili  e piccola oggettistica d’arredamento, riuscendo anche a produrre manufatti che vengono commissionati dall’esterno.

Oltre ad essere una scuola è soprattutto una piccola comunità dove insegnanti e figure esterne, all’interno di progetti condivisi, danno vita ad uno spazio di “normalità”, e dove i nostri alunni possono entrare in contatto e confrontarsi con persone che arrivano da “fuori”, che portano una ventata di aria fresca della quale sentono grande desiderio. Ma la cosa che gratifica di più noi insegnanti è quella di essere, per tanti di loro, dei punti di riferimento, dove trovano anche accoglienza, ascolto e, per quanto possibile, qualche consiglio. E’ una piccolo spazio dove spesso ho trovato più umanità e desiderio di condivisione che in tanti altri contesti sociali.

Per tutte queste ragioni siamo stati felici di adottare il nostro poeta e scrittore Guido Catalano e il libro scelto è stato “Ogni volta che mi baci muore un nazista”, un titolo sicuramente molto originale!

Per tutti noi, nel corso della nostra conoscenza, è diventato solamente Guido per la disponibilità umana dimostrata. Durante i nostri incontri abbiamo affrontato molti temi: la privazione della libertà, la solitudine, il rimpianto, la nostalgia, la famiglia e tanto altro.

Riporto, brevemente, alcuni dei “momenti condivisi” nel corso dei tre incontri che si sono svolti alternando la lettura delle poesie di Guido, altre di altri autori e due dei nostri studenti con gli interventi e le riflessione fatte insieme a loro. Abbiamo anche ascoltato canzoni scelte insieme.

Primo incontro

La poesia con la quale Guido Catalano ha presentato se stesso è “Curriculum Vitae” e con i suoi versi ci ha rivelato che a 17 anni voleva diventare una rockstar “…poi ho capito che forse non ce la facevo/ e ho ripiegato su poeta professionista vivente/ che c’erano più posti liberi…” Infatti, già dai primi contatti con lui, ha dichiarato il suo amore per la musica, i cui testi richiamano molto le poesie. Continuando dice che tiene letture pubbliche in tutta Italia e, in effetti, lette dal suo autore sembra che prendano ancora più vita e colore.

Tra le poesie, la cui lettura ha particolarmente colpito gli studenti, mi piace ricordare “A Torino non si scherza un cazzo”, che parla di questa città bellissima e distante, dove a volte i rapporti umani non sono immediati e bisogna un po’ sudarseli. “…perché Torino ha i tempi dell’amore/ ma è roba dura/ è roba che te la devi faticare/ è un amore che ci sta poco da scherzare…” Il nostro studente Franco è intervenuto affermando che condivideva questa analisi e che, da quando era ragazzo, frequentava il bar del suo quartiere e si ritrovava sempre e solo lì con sempre le stesse persone.

Marco, un altro nostro alunno, ha portato con sé un foglio dove ha scritto dei versi e li ha letti con lo sguardo triste e avvilito di chi aveva una bella vita ricca di soddisfazioni, e adesso questa vita è un ricordo lontano:

 

Ora dal carcere

Ora ho freddo

pavide le grinze sul dorso

delle mani.

Ora ho paura

pallidi lividi nel cuore

corto di battiti.

Ora ho speranze

come catacombe sugli scudi

riempie loro di interrogativi.

Ora ho i ricordi

e nessuno può prenderli

e nessuno che mi ascolta.

Poiché solo mi accompagno

e attraverso quella

maledetta luce

che lui ha scelto, il diavolo,

che se lo porti dunque

in cielo per poi lanciarlo

a terra, a perdersi

come ora io lo sono.

Per la prima volta

ora pago, e non ritiro il resto,

e senza girarmi

ora muoio.

 

Secondo incontro

Nei versi di “Ogni tanto mi cala la notte” si parla di una notte travagliata, che non fa prigionieri “…e allora è lì che devi tirare fuori tutto/ il coraggio che c’hai/ e puntare i piedi/ e guardarla in faccia la notte…”  Sono notti insonni, dove i pensieri sono talmente tanti che quasi riempiono la cella e non c’è spazio per nient’altro. Alla domanda su che cosa fa più paura se la permanenza in questo luogo o cercare di rimettere in sesto la propria vita una volta fuori di qui, tanti hanno risposto che fa più paura l’incertezza di tornare nel mondo, che è spesso privo di prospettive e possibilità di recupero e, per alcuni, è complicata la sopravvivenza stessa. Ho chiesto a Pietro, uno studente italiano adulto, che era uscito dal carcere, come mai è rientrato dopo poco e lui ha risposto che qui almeno ha un tetto sulla testa, del cibo e può fare una doccia calda. Non c’è bisogno di commentare le falle che esistono nel reinserimento nella società di queste persone che presentano tante fragilità.

In ogni incontro Guido Catalano ha letto anche una o più poesie di un autore famoso: la prima è del grande poeta turco Nazim Hikmet che scrisse “Qualche consiglio a chi deve affrontare molti anni di galera” in cui si rivolge a chi si trova in questa situazione e dice di non rinunciare alla vita e di puntare i piedi per resistere.

Con la poesia “Tutto sbagliato” il poeta ha raccontato di un amore sbagliato, appunto, dove due persone non si incontrano veramente e autenticamente mai, in nessun tempo, in nessun luogo e in nessuna situazione “…Fu sbagliato dirti t’amo/ fu sbagliato dirti t’odio. / In realtà t’odio non te lo dissi mai/ lo pensai/ sbagliando…”   e fu così che fu facile perdersi e i nostri alunni hanno spesso perso familiari, amori, beni a causa delle loro scelte di vita o di situazioni in cui sono caduti nel baratro del perdersi e del perdere per non ritrovarsi più. Su questo argomento sono stati più silenziosi, e si capisce bene quanto sia profonda questa ferita. Ho chiesto loro se quando le relazioni finiscono è giusto lasciare andare quella persona senza odio e risentimento e molti trovano difficile questa cosa, perché il carcere amplifica tutto, soprattutto le emozioni negative, e quello che in una situazione di “normalità di vita” potrebbe essere superato più facilmente, in questo contesto, a volte, diventa ulteriore sofferenza. Giovanni ci diceva che la moglie lo ha lasciato dopo due anni di carcerazione, durante i quali gli aveva  assicurato la sua vicinanza e il suo amore, e questo lo ha ferito molto, perché affermava che quando sei dentro tutto diventa più pesante da sopportare, soprattutto perdere il sostegno di una persona sulla quale si contava molto. Ma è la vita e bisogna lasciare andare, soprattutto quelli che amiamo. In effetti, quasi tutti, hanno un grande bisogno di un sostegno psicologico costante per affrontare le loro tempeste interiori, purtroppo mancano i fondi e i colloqui sono sporadici

Con la lettura di “Come se piovesse” il poeta ha scritto dei versi in cui sostiene che, nonostante la notte, che è spesso lunga e dolorosa, non smetterà mai di scrivere poesie d’amore. Perché l’amore salva e non dobbiamo mai smettere di credere in questa verità assoluta. Ho chiesto all’ alunno Diego chi è che, in questo momento, gli sta più vicino e lui ha risposto che questa persona è la madre, che prima vedeva poco per i suoi impegni lavorativi e familiari, ma che in questo momento è la presenza più costante che si ritrova affianco. E’ intervenuto Rafael, un ragazzo giovane e chiacchierone, e ci ha riportato il disagio dei parenti che quando vengono per un colloquio, e anche quando se ne vanno, devono sostenere delle lunghe attese.

 

 

Terzo incontro

Durante il Terzo incontro il tema principale è stata la paternità, poiché Guido ha condiviso con noi la grande gioia di aver avuto da poco un bambino, pur non essendo più giovanissimo, e traspariva tutto l’entusiasmo per l’arrivo di questa nuova vita. Ha letto per noi una sua poesia inedita “E me lo guardo”, dove esprime tutto lo stupore e la felicità di diventare per la prima volta padre.

Molti dei nostri studenti hanno figli e tutti hanno confermato la grande gioia che hanno provato quando sono nati; alcuni di loro erano rammaricati perchè hanno bambini di pochi mesi che hanno dovuto, ovviamente, lasciare.

Tra le poesie lette di altri autori mi piace ricordare “La madre al figlio” di Langston Hughes, dove la madre dice al figlio che la “…la vita per me non/ è stata una scala di cristallo. Ci furono chiodi/ e schegge/ ed assi sconnesse (…) Ma per tutto il tempo continuai a salire (…) così ragazzo non tornare indietro…” Quindi è un invito a non mollare e a non farsi spaventare dalle difficoltà  perchè, per chi non nasce privilegiato, la vita è più dura e bisogna essere prepararti ad affrontare grandi sacrifici per raggiungere degli obiettivi. Ed è un invito che si fa spesso in carcere: non mollare, non arrenderti. Purtroppo a volte qualcuno si arrende…

Faye, un nostro alunno senegalese, ci ha regalato dei versi che hanno un significato profondo su ciò che bisogna sempre fare anche se la caduta è brutta e fa male:

Camminare è obbligatorio

finché siamo vivi.

Camminare lentamente,

ma con sicurezza

evitando le trappole.

Camminare è obbligatorio

se vogliamo andare lontano.

 

Il nostro Guido ha chiuso con “Teniamoci stretti che c’è vento forte” dove invita la sua amata ad abbracciarsi stretti, perché il vento forte potrebbe portarli via e allontanarli per sempre, da lei che considera la sua ancora di salvezza. Perché l’amore salva ed è l’unico antidoto per combattere le brutture del mondo, quindi ha invitato ad amare, a non avere paura di farlo…è l’unica nostra speranza…

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