Giro per la classi di tutta Italia da quasi trent’anni, ma è la prima volta che mi capita di essere “adottata”, avere cioè un rapporto continuativo con una classe, fatto di tre appuntamenti intorno a un libro e a me come autrice.
Una breve dinamica relazionale fatta di attesa e aspettative da parte dei ragazzi, che hanno così la possibilità di elaborare, in un percorso protetto, dinamiche che possono essere ritrovate in molti altri contesti della loro vita futura. Ed è su questo aspetto che trovo interessante fare una riflessione.
La classe II D della scuola secondaria di primo grado di Biella ha tutte le sfumature di molte classi della nostra Italia di oggi (ma anche solo a rileggere Cuore, anche della fine del XIX secolo): una composizione eterogenea per provenienza geografica, livelli di competenze linguistiche, estrazione sociale, maturità emotiva, motivazione allo studio. Una classe piena di sfumature e per nulla scontata, che richiede sempre attenzione e sensibilità.
Il primo incontro è stato quello della sorpresa reciproca, atteso, preparato, ma anche, come ogni incontro al buio, pieno di sorprese. Nella classe l’atteggiamento che ha prevalso è stata la curiosità, sapientemente alimentata dalla professoressa di lettere Laura Marampon con la lettura del libro Assediata, che per il suo tema drammatico (la scoperta da parte di una tredicenne dei giorni nostri del diario di una coetanea cresciuta durante l’assedio di Sarajevo, durante la lunga guerra tra i paesi della ex Jugoslavia) ha sicuramente coinvolto emotivamente i ragazzi e, in un certo senso, li ha “ammutoliti”.
Unito al fatto che esercito la professione di giornalista, ha contribuito a creare quell’atmosfera un po’ reverenziale che ha raffreddato la loro turbolenza. Un incontro quindi filato liscio, in cui ho soprattutto parlato io a un uditorio quasi sempre molto attento ed emotivamente presente.
Nelle settimane che ci separavano dal secondo incontro sapevo che i ragazzi, con la guida della docente, avrebbero lavorato sul testo e mi avrebbero fatto trovare alcune sorprese. La curiosità stavolta era più la mia: la palla passava a loro, che mi hanno sottoposto i loro lavori.
Per prima cosa hanno proiettato sulla lim un booktrailer, in cui loro stessi erano i protagonisti, girato nei locali della scuola (molto emozionante per me ritrovare i personaggi del mio libro e alcune delle situazioni da essi vissute, rivisti dai ragazzi stessi). Poi ho dovuto rispondere a una serie di quiz sul mio libro, in forma di giochi enigmistici realizzati al PC e proiettati sempre sulla LIM.
La dinamica del gioco mi ha portato a eliminare quasi del tutto quella distanza ideale che era stata mantenuta nel primo incontro, sicuramente più formale e disciplinato. Quando è tornato il momento di riprendere un dialogo più strutturato tra la scrittrice e i ragazzi, l’euforia e l’allentamento della formalità hanno trasformato la classe.
Non c’era più un gruppo più o meno disciplinato, ma una serie di individualità con i freni inibitori allentati, che hanno dato vita a una situazione caotica che né i miei tentativi né quelli dell’insegnante sono riusciti ad arginare.
Restava il terzo incontro, quello che, a Hegel, dopo la tesi e l’antitesi, chiameremmo la sintesi. Che cosa sarebbe accaduto?
Si trattava di un incontro molto particolare, organizzato su mio input dalla professoressa in collaborazione con altri docenti della scuola e aperto idealmente anche alla cittadinanza: un reading letterario con un momento musicale a tema, seguito poi dalla mia presentazione del libro. Cambiava anche lo scenario: non più la classe, ma l’auditorium della scuola.
Un incontro pomeridiano, quindi fuori dall’orario e, di conseguenza, dallo stretto obbligo scolastico. I ragazzi erano fuori dai banchi, fuori anche dal loro consueto ruolo: erano insieme protagonisti e pubblico.
E si sono presentati praticamente tutti (con pochissime eccezioni), centrati sul loro ruolo quando si sono avvicendati a turno nella lettura di alcuni brani del libro, esecutori attenti e silenziosi quando i loro compagni delle sezioni musicali hanno eseguito una musica tradizionale balcanica, e quando ho parlato a loro, che già un po’ sapevano, e ad altri per cui tutto era nuovo.
Un coinvolgimento reale, sentito, partecipe, un momento di crescita forse più significativo proprio perché arrivato dopo uno “sbandamento”, un ripiegarsi in dinamiche ludiche e forse provocatorie. Mi è sembrata una parabola significativa di che cosa può essere un rapporto educativo che prevede quindi anche una fase oppositiva, uno spazio di anarchia, da non demonizzare, ma da osservare, creando la possibilità di far maturare nei tempi e modi giusti una nuova consapevolezza, che è poi il percorso di una crescita sana, in ogni contesto.
Quindi la formula dei tre momenti, purtroppo non sempre realisticamente fattibile, è sicuramente ottimale per far fruttare al meglio le potenzialità insiste nell’incontro con l’autore, preceduto e seguito da un lavoro in classe con i docenti.